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Arciconfraternita SS. Trinità dei Pellegrini e convalescenti, primo rifugio viandanti a Napoli

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Arciconfraternita SS. Trinità dei Pellegrini e convalescenti, il primo rifugio dei viandanti, in viaggio per i pellegrinaggi, fondato a Napoli nel 1578 da sei artigiani, tra cui Bernardo Giovino, ideatore dell’iniziativa promossa  per fini caritatevoli.

Facciata del Complesso Monumentale. Foto di Cristina Gragnaniello.
Altare Maggiore. Foto di Cristina Gragnaniello.
Arciconfraternita SS. Trinità dei Pellegrini. L’Augustissima Arciconfraternita della SS Trinità dei pellegrini e convalescenti fu il primo ricovero per viandanti, in viaggio per i vari pellegrinaggi, fondato a Napoli nel 1578, per fini caritatevoli, su un’iniziativa promossa da sei artigiani, di cui l’ideatore fu Bernardo Giovino. La prima vera casa rifugio fu aperta ai pellegrini nel 1579, presso il Convento di Sant’Arcangelo a Baiano. Tuttavia, visto il crescente numero di viaggiatori che affollavano il Convento, la sede dell’Augustissima Arciconfraternita della SS Trinità dei pellegrini fu trasferita in locali più ampi nei pressi di San Pietro ad Arem, zona non lontana dalla attuale stazione centrale di Napoli.
Chiesa di S.Maria Mater Domini. Foto di Cristina Gragnaniello.

Arciconfraternita SS. Trinità dei Pellegrini: Alcuni anni addietro, all’incirca nel 1570, Don Fabrizio Pignatelli, esponente dei duchi di Monteleone,  aveva voluto  progettare la costruzione di una casa destinata ai pellegrini di passaggio nella città partenopea su di un terreno di sua proprietà ubicato nel quartiere della Pignasecca, nei pressi di via Portamedina. Quest’ultimo, però, poté assistere solo alla costruzione della chiesa che volle fosse dedicata alla Madonna di Materdomini, in quanto  morì nel 1577, ovvero qualche anno prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione della casa d’accoglienza. Don Fabrizio  lasciò, in eredità,  la chiesa, il suolo ed una cospicua somma in denaro.
Dipinto di Andrea Vaccaro. Foto di Cristina Gragnaniello.
Gli esecutori testamentari devolsero, pertanto, il lascito alla Confraternita dei Pellegrini che, intanto, aveva già ottenuto il titolo di Arciconfraternita in virtù della sua attività caritatevole verso il prossimo. Cosicché nel 1591, ci fu l’ultimo e definitivo trasferimento nel nuovo edificio fatto costruire in via Pontemedina.
L’Augustissima Arciconfraternita rivolse il suo operato anche ai convalescenti e sul tramonto del 1700 si adoperò per curare soprattutto gli ammalati indigenti che, man, mano, andarono a rimpiazzare i pellegrini. Subito dopo i danneggiamenti dovuti alla seconda guerra mondiale, l’ospedale dell’Augustissima Arciconfraternita della SS Trinità dei pellegrini fu completamente ricostruito; inoltre furono ampliati anche i reparti clinici.
Dipinto di Nunzio Russo. Foto di Cristina Gragnaniello.
Dipinto di Giuseppe Bonito. Foto di Cristina Gragnaniello.
L’Arciconfraternita, quindi, per assolvere i bisogni dei residenti nella periferia di Napoli, decise di istituire una succursale sulla colina di Capodichino. Successivamente con il nascere di nuovi orizzonti in seno alla sanità, l’Ospedale fondato dall’Augustissima Arciconfraternita fu dato in affidamento agli enti pubblici. Sebbene obbligata dalle leggi a trasferire, nel 1971, i suoi ospedali a questi enti, senza ricevere neanche un indennizzo, l’Arciconfraternita volle proseguire il suo compito di carità rivolto alle persone sofferenti senza mezzi, per cui andò alla ricerca di nuove opportunità sulle quali fondare i propri principi umanitari.
Dipinto Francesco De Mura. Foto di Cristina Gragnaniello.
Dipinto di Jusepe De Ribera. Foto di Cristina Gragnaniello.
Arciconfraternita SS. Trinità dei Pellegrini: Doveroso menzionare opere di grande fattura: passiamo dalle atmosfere cupe di Jusepe De Ribera, ai colori freddi delle figure vereconde di Andrea Vaccaro, passando per la dolce Madonna col bambino di Giuseppe Bonito, i tromp d’oeil dei dipinti di Melchiorre de Gregorio, e le atmosfere caravaggesche dell’abile pittore napoletano Nunzio Russo, che molto ci hanno ricordato lo stile di Carlo Sellitto.

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