Disegno di @didemgumustekin.

Ennio Morricone, straordinario genio italiano: c’era una volta un Musicista

Ennio Morricone, straordinario genio italiano. C’era una volta un Musicista… che trasformava in eroi proustiani i teppisti di Manhattan.

Ennio Morricone è morto. L’ho saputo ieri mattina, seguendo svogliato le notifiche Facebook, cercando dopo un caffè di riprendermi dal solito torpore notturno. Ho sbarrato gli occhi davanti a quella notizia, incapace di credere che fosse accaduto davvero, anche se i tempi, purtroppo, erano ormai maturi. Sono tornato, allora, ai miei diciassette anni, a quella sera all’Arena Flegrea, quando lo vidi coi miei occhi dirigere la sua orchestra, quando ascoltai quei temi che non mi sono stati solo cari, ma indispensabili, quando poi, alla fine, dopo il bis tratto da “Sacco e Vanzetti” non chiuse gli spartiti e uscì di scena definitivamente.

Ennio Morricone ha significato tutto per me per un lungo, caotico momento della mia esistenza. Senza Morricone non sarei scrittore forse, non sarei pervaso dalla necessità sacrale di raccontare. Grazie alla sua musica ho alleviato le grandi solitudini dell’adolescenza confinandomi nelle epopee che quelle note evocavano, convincendomi di voler assomigliare agli uomini immortali di quei film, tra i deserti e le giungle d’asfalto di Leone e le mistiche campagne di Bertolucci.

Era nato a Roma nel 1928 Morricone, un anno più grande di Sergio Leone, compagni di classe alle elementari e poi collaboratori inseparabili quando, nei primi anni ’60, quel grosso e burbero trasteverino ereditò da John Ford l’onore e la maledizione di chiudere per sempre il grande mito americano. Oggi tutti noi viviamo un lutto identico a quello che vissero i nostri padri quando morì Giuseppe Verdi, nel 1901. Non abbiamo potuto cospargere le strade di paglia come avvenne all’epoca, perché i nostri passi non disturbassero la quiete del moribondo. Però, parafrasando Rigoletto, interpretato dal nostro grande Giacomo Rizzo nel “Novecento” di Bertolucci, anche a me viene da gridare “Morricone è morto!”

Questa è una grande morte, come sono state quelle di Verdi, Rossini. Come quella di Wolfgang Amadeus Mozart. Oggi tramonta un mondo, finisce un’epoca. È straziante pensare che in questi anni ’20, iniziati tanto singolarmente, non avremo il conforto d’una discreta composizione o la possibilità anche lontanissima che il Maestro torni a dirigere dal vivo il tema di Deborah di “C’era una volta in America” o quello di “Giù la testa”.

Noi tutti oggi perdiamo il segno dell’esilio che solo la musica di Morricone sapeva infondere, lo squarcio nel grigiore della realtà che la sfolgorante illusione del cinema nutrito dalle sue melodie riusciva ad aprire nella nostra coscienza. Cosa accade, mi chiedo, laddove le sue musiche risuonano? Su quel ponte pronto ad esplodere per mano di James Coburn e Rod Steiger, in quel vicolo di Brooklyn dove Dominique sta per essere freddato dalla pistola di Bugsy, in quell’aia assolata dell’Emilia dove Robert De Niro e Gerard Depardieu travestiti da vecchi ascoltano ancora i cani abbaiare in lontananza mentre i contadini festeggiano la Liberazione sventolando bandiere rosse? Tutto tace in quei regni del cinema, almeno in questo istante in cui il compositore ha posato per sempre la sua bacchetta.

Ennio Morricone ha raccontato con la propria musica quei silenzi che solo il cinema è in grado di riprodurre, quell’universo di memorie, scorci, epifanie che soltanto la musica e lo sguardo sono in grado di trasmettere. Cosa ne sarebbe stato, infatti, di Noodles mentre spiava Deborah che danzava tra i sacchi di farina in “C’era una volta in Amercia” senza Ennio Morricone? Poca cosa. Solo la sua musica sublime ha reso un teppistello ebreo di Manhattan un eroe proustiano. E adesso cosa accadrà senza Morricone? Mi viene da rispondere con Kurt Russel nella “Cosa” di Carpenter, altro capolavoro del compositore: “Aspettiamo qui per un po’ e vediamo cosa succede”. Però, io voglio immaginare che, ovunque siano, Sergio ed Ennio sono già insieme in un luogo simile alla Monument Valley ad insegnare agli angeli a cavalcare e a mirare dritto al cuore.


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