Domenico Rea e Vincenzo Gemito: arte viscerale, magma in eruzione

Domenico Rea e Vincenzo Gemito: la loro arte è viscerale, come magma in eruzione. Due artigiani che, in parole e creta, hanno modellato la storia e le figure che abitano i nostri budelli estesi tra il mare e la collina.

Domenico Rea e Vincenzo Gemito sono due artigiani che, in parole e creta, hanno modellato la storia e le figure che abitano i nostri budelli estesi tra il mare e la collina, oltre il confine delle mura antiche, dilatati, quasi, a grattare i lidi e le pendici del Vesuvio e dei Lattari, come topi che rosichino un raggiante e aspro formaggio.

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La loro arte è viscerale, magma in eruzione. Ho qui tra le mani la prima edizione di Spaccanapoli, il libro con cui Rea esordì nel ’47, a ventisei anni, uscito nella collana “La Medusa degli Italiani” edita da Mondadori. È un libro fragile al tatto, di carta semplice, assai ingiallita: il tempo non gli ha giovato. Nessuna illustrazione, solo una copertina arancione e la testa della Gorgone, a marchio dell’editore. È con questo esile volume da trecento lire che Rea inizia a pubblicare i suoi racconti “al lampo di magnesio”, com’ebbe a definirli Emilio Cecchi: simili a fotografie, le prose di Rea illuminano e poi svaniscono la realtà, questo mondo consumato, “divorato dai desideri carnali e dall’ansia del possesso”, uscito maceria e scheletro dalla guerra.

Domenico Rea.
Domenico Rea – “Spaccanapoli”.

Rea parla di plebe nei suoi “lampi”, ma cos’era la plebe per lui? – si chiede Silvio Perrella – “Era soprattutto l’attaccamento alle necessità della vita. Rea cercava la poesia nella materialità, nel corpo, in una lingua sonante e difficile, in una terra-campagna che alle spalle aveva il vulcano e di fronte il mare”. Non scorre Rea: la sua parola è farraginosa, scabra, ruvida come zolle di terra. Si era formato sugli antichi, sui trecentisti, sull’adorato Boccaccio “napoletano”, aveva, insomma, un bagaglio sintattico rigoroso a cui attingere, che la guerra, poi, disperde. “La guerra aveva messo in lui un estro furioso. Scrivere significava far esistere le esperienze brucianti”.

In Spaccanapoli la città non c’è. Ci sono la campagna, il contado, quella Nocera Inferiore dove Rea abitava e in cui s’era approcciato alla letteratura. Una terra rigogliosa e cruda perché sotto ci mulinava il fuoco. Domenico Rea racconta sprazzi, frammenti di quel mondo in cui s’erano trasformate Napoli e l’Italia tutta, che lui definisce, con un felice neologismo, “Interregno”. Interregno è proprio il titolo di uno dei racconti della raccolta, ambientato probabilmente dopo l’8 settembre del ’43, all’indomani dell’armistizio che gettò la nazione nel limbo strozzato della guerra civile: un regno a metà tra gli occupanti nazifascisti e i “liberatori” alleati che continuavano a “cagare bombe”.

“Gli americani e i tedeschi avevano altro per il capo. Sparare, per loro era come giocar d’azzardo: si perde o si vince, interessa far presto; avvicinarsi a casa: onde ogni ben appioppato colpo era una casa, un uomo, un minuto di meno per la conquista di quella vera patria che ogni soldato tiene nella profondità dell’essere”.

Domenico Rea.

Come gli antichi di Dante, sospesi tra la dannazione e la salvezza, così erano gli Italiani, così sono i protagonisti del racconto, stipati in una cantina mentre le fortezze volanti rigurgitano fosforo, ad ascoltare le deflagrazioni, le scosse, gli scricchiolii, a guardare impotenti la polvere calare dal soffitto, in attesa che crolli, facendoli tutti “sorici” in trappola. Una condizione d’incertezza, la loro, da cui usciranno selvaggi, inaspriti, pronti a farsi crudeli, a saziare la fame apocalittica patita negli anni di stenti. Anticipando in qualche modo Pasolini, “Rea aveva visto… la foga consumistica farsi largo e infettare le classi più basse della società”.

Vincenzo Gemito.

Più di cento anni avanti quell’8 settembre, nel 1852, una donna similmente affamata e incrudelita depositava un involto nella ruota degli esposti dell’Annunziata, a Napoli. Dentro il fagotto c’era un bimbo d’un giorno che, volle il destino, quasi a rimarcare la sorte beffarda, anziché “Genito”, per un errore di registro, si chiamò Vincenzo Gemito. Dalla miseria abbacinante, nella Napoli incolta e feroce di re Bomba, usciva il suo più grande artista, destinato un giorno, come scrisse Alberto Savinio, a navigare verso i mari della Grecia scortato dai delfini. Chi vuol vedere di cos’era capace questo Vincenzo Gemito, vada a Palazzo Zevallos, in via Toledo.

Vincenzo Gemito – “Pescatorello”.

Osservi il Pescatorello, i busti di creta, i ritratti; si fermi sullo Scorfano, una penna su foglio così lucida e perfetta che quasi senti, alla vista, gli aculei del pesce inoculare il veleno. Gemito era folle, completamente. Un uomo tanto sublimato dalle cose degli uomini, che la sua arte sembra l’unico appiglio in grado di tenerlo al mondo. Come Dino Campana, come Rimbaud. La verità così palese delle opere di Gemito travalica il sensibile: esiste solo la purezza inalterata, distillata dall’opera della sua alchimia nel marasma della realtà.

Vincenzo Gemito – “L’acquaiolo” (dettaglio).

Non saprei scegliere, tra quelle di Gemito, un’opera su cui soffermarmi: sono tutte troppo strazianti. Chi può veda, tuttavia, alcune foto. Furono scattate negli ultimi anni (Gemito morì nel ’29, con un funerale sontuoso): sono i suoi nudi. Un uomo dalla capigliatura impossibile, magro all’osso, scavato. Solo gli occhi, enormi, distanti, splendenti, lo dicono vivo. Si toglie tutto, l’artista: i vestiti, la dignità, il mestiere. Si immola, come Cristo, a mostrare colle membra la realtà da cui proviene e che ha tradotto per tutta la vita in arte: il popolo, la fame, la miseria, il ricordo, forse, di quell’infame e gelida ruota degli esposti in cui era stato abbandonato dalla sua disperata madre.

Vincenzo Gemito – “Pescatorello”.

“Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungeva talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua.” (Gabriele D’Annunzio)

Wanda Marasco – “Il genio dell’abbandono.”

Domenico Rea e Vincenzo Gemito raccontano la medesima storia, con mezzi, intensità e colori diversi. È la storia vecchia oltre cent’anni della stessa città, della stessa gente, dello stesso, purissimo dolore. I personaggi di entrambi vengono dalla creta, sono fatti d’identica, grezza materia e sembrano sempre abbozzi, come se la vita, qui da noi, fosse in eterno divenire, mai fissabile. È il dominio del fuoco, dico io. Viviamo sul tufo, sull’argilla, viviamo col magma sotto i piedi. Il nostro mondo non ha fine e non ha inizio. È da quando i nostri antenati abitarono le grotte al Chiatamone, nell’età del rame, e forse anche prima, che sbalziamo nella terra forme che non saranno mai finite. Gemito e Rea hanno messo in arte questo destino: la nostra è una figura che l’acqua modella e l’acqua sa bene come eclissare.




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