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Poetry by Thomas Traherne: Infanzia come simbolo della natura divina

Parallelismi tra Thomas Traherne e la filosofia Vedanta.

Poetry by Thomas Traherne: Infanzia come simbolo della natura divina. Parallelismi tra Thomas Traherne e la filosofia Vedanta.

Poetry by Thomas Traherne. Il tema dell’infanzia come stato edenico di unione con il divino attraversa molte tradizioni mistiche. L’estratto dell’opera “Centuries of Meditations” del poeta e mistico cristiano Thomas Traherne, vissuto nel XVII secolo, offre una profonda riflessione su questo tema. Descrivendo la sua esperienza infantile permeata di meraviglia e beatitudine, Traherne la paragona ad uno stato pre-caduta in cui l’anima percepisce ancora la sua unità con Dio e il cosmo. In questo articolo analizzeremo come le intuizioni visionarie di Traherne sulla spiritualità dell’infanzia trovino significative corrispondenze nella filosofia Vedanta dell’induismo. Attraverso questo confronto interculturale emergerà l’universalità del motivo dell’infanzia come simbolo della nostra natura divina, temporaneamente oscurata dall’ignoranza del mondo.

L’estratto dell’opera “Centuries of Meditations“, (leggibile in fondo all’articolo), del mistico cristiano Thomas Traherne ci offre una profonda intuizione sulla natura dell’infanzia come stato spirituale. Attraverso gli occhi di un bambino, Traherne descrive un senso di meraviglia, connessione e tranquillità con ogni cosa.
Poetry by Thomas Traherne. Questa prospettiva risuona con concetti chiave del Vedanta, la tradizione filosofica induista. In particolare, la descrizione di Traherne evoca il concetto vedantico di “Advaita” o non-dualità. L’Advaita afferma l’unità dell’Atman, il Sé individuale, con Brahman, la Realtà Assoluta. Traherne esprime questa consapevolezza non-duale quando dice “ogni cosa era infinitamente mia, e gioiosa e preziosa”. Anche l’enfasi sull’intuizione piuttosto che sui libri richiama l’approccio vedantico, che valorizza più la conoscenza esperienziale diretta (jnana) che l’erudizione intellettuale. Come afferma Traherne, le sue “pure e verginali percezioni” gli permisero di “vedere l’Universo”.
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Forse l’aspetto più significativo è l’equazione tra innocenza infantile e realizzazione spirituale. Traherne paragona il suo stato infantile all’Eden e all'”essere erede dell’intero Mondo”. Questa equivalenza tra la prospettiva del bambino e la visione illuminata richiama alcuni passaggi degli antichi Upanishad indiani. In particolare, nella Chandogya Upanishad, il maestro spirituale indù Uddālaka Āruṇi afferma: “In verità, in questo corpo c’è un’anima che è l’intero universo“. Anche nella Taittirīya Upanishad si dice: “Chi vede tutti gli esseri in se stesso e il proprio Sé in tutti gli esseri, non prova più disprezzo per nessuno“. Queste analogie con le sacre scritture vedantiche arricchiscono la riflessione di Traherne sull’innocenza infantile come stato di realizzazione della propria unità con tutto il creato. Inoltre, la descrizione di Traherne di come la sua innocenza infantile e la sua visione edenica furono corrotte trova parallelismi con il concetto vedantico di Avidya. Nella filosofia vedantica, Avidya indica l’ignoranza spirituale, il velo di illusione che copre la nostra vera natura di Esseri divini.
Poetry by Thomas Traherne. Quando Traherne afferma che la sua prospettiva originale fu degradata dall’apprendere la “losca astuzia” del mondo, ciò riecheggia l’idea vedantica che l’Avidya genera attaccamento al mondo fenomenico. In particolare, il desiderio egoico per i beni terreni, il potere e il piacere sensoriale oscura la nostra visione non-duale della realtà. Come spiega l’illuminato Shankara, fondatore dell’Advaita Vedanta, “la principale causa del legame dell’anima è la falsa identificazione del Sé con il non-Sé”. Pertanto, l’innocenza infantile rappresenta uno stato non ancora corrotto dall’ignoranza metafisica della illusoria separazione tra Atman e Brahman.
(E-book in English) “Shankara’s Bhaja Govindam – Chronicle of an abduction in Varanasi” è un’affascinante novella di finzione che trae ispirazione dalla vita e dagli insegnamenti del grande filosofo indiano.
Infine, il desiderio di Traherne di “ritornare, per così dire, di nuovo un piccolo bambino” per riscoprire questo stato edenico risuona con l’enfasi vedantica sulla disidentificazione dall’ego come percorso spirituale. Tornare all’innocenza e all’apertura della prima infanzia permette di trascendere l’illusorio senso di separazione.
In sintesi, le sublimi intuizioni di Traherne su questa “infanzia celeste” trovano profonde corrispondenze nella saggezza senza tempo della Vedanta. La sua prospettiva offre preziose intuizioni per approfondire il rapporto tra innocenza infantile e realizzazione del Divino.
“Centuries of Meditations” di Thomas Traherne “The Third Century”
Estratto
156
“Vuoi vedere l’infanzia di questa sublime e celeste grandezza? Quelle pure e verginali percezioni che ebbi dal grembo materno, e quella luce divina con cui nacqui, sono le migliori fino ad oggi, nelle quali posso vedere l’Universo. Per il Dono di Dio mi accompagnarono nel mondo, e per il Suo speciale favore le ricordo fino ad ora. In verità, sembrano i più grandi doni che la Sua saggezza potesse elargire, poiché senza di essi tutti gli altri doni sarebbero stati morti e vani. Sono irraggiungibili tramite libri, e perciò li insegnerò tramite l’esperienza. Pregate intensamente per loro: poiché vi renderanno angelici, e interamente celesti. Certamente Adamo nel Paradiso non ebbe apprensioni del mondo più dolci e curiose di quelle che ebbi io da bambino.
2
Tutto appariva nuovo, e strano dapprima, inesprimibilmente raro e delizioso e bello. Ero un piccolo straniero, che al mio ingresso nel mondo fu salutato e circondato da innumerevoli gioie. La mia conoscenza era Divina. Conoscevo per intuizione quelle cose che dopo la mia Apostasia raccolsi di nuovo con la più elevata ragione. La mia stessa ignoranza era vantaggiosa. Sembravo come uno portato nello Stato dell’Innocenza. Tutte le cose erano immacolate e pure e gloriose: sì, e infinitamente mie, e gioiose e preziose, non sapevo che vi fossero peccati, o lamentele o leggi. Non sognavo povertà, contese o vizi. Tutte le lacrime e liti erano nascoste ai miei occhi. Ogni cosa era in pace, libera e immortale. Non sapevo nulla di malattie o morte o affitti o esazione, né per tributo né per pane. In assenza di queste ero intrattenuto come un Angelo con le opere di Dio nel loro splendore e gloria, vedevo tutto nella pace dell’Eden; Cielo e Terra cantavano le lodi del mio Creatore, e non potevano fare più melodia ad Adamo, che a me: Tutto il Tempo era Eternità, e un perpetuo Sabato. Non è strano, che un infante possa essere erede dell’intero Mondo, e vedere quei misteri che i libri dei dotti non svelano mai?
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3
Il grano era frumento orientale e immortale, che mai sarebbe stato mietuto, né mai seminato. Pensavo che fosse durato da sempre a sempre. La polvere e le pietre della strada erano preziose come oro: i cancelli erano in principio la fine del mondo. Gli alberi verdi quando li vidi per la prima volta attraverso uno dei cancelli mi rapirono e mi estasiarono, la loro dolcezza e inusuale bellezza fecero balzare il mio cuore, e quasi impazzire di estasi, erano cose così strane e meravigliose: Gli Uomini! Oh quali venerande e riverite creature sembravano i vecchi! Immortali Cherubini! E i giovani luccicanti e scintillanti Angeli, e fanciulle strani e serafici frammenti di vita e bellezza! Ragazzi e ragazze che si rotolavano per strada, e giocavano, erano gioielli viventi. Non sapevo che fossero nati o che dovessero morire; Ma tutte le cose dimoravano eternamente come erano nei loro luoghi propri. L’Eternità era manifesta nella Luce del Giorno, e qualcosa di infinito dietro ogni cosa appariva, che parlava con la mia attesa e muoveva il mio desiderio. La città sembrava ergersi nell’Eden, o essere edificata in Cielo. Le strade erano mie, il tempio era mio, la gente era mia, i loro vestiti e oro e argento erano miei, tanto quanto i loro occhi scintillanti, belle pelli e visi rosei. I cieli erano miei, e così erano il sole e la luna e le stelle, e tutto il Mondo era mio; ed io l’unico spettatore e fruitore di esso. Non conoscevo meschini diritti di proprietà, né confini, né divisioni: ma tutte le proprietà e divisioni erano mie: tutti i tesori e i possessori di essi. Così che con grande fatica fui corrotto, e costretto ad imparare gli sporchi espedienti di questo mondo. I quali ora disimparo, e divengo, per così dire, di nuovo un piccolo bambino, affinché io possa entrare nel Regno di Dio.”
Colui che è libero dall’attaccamento, libero dall’avversione, elevato come il cielo, colui che porta la propria saggezza naturalmente come un bambino, si dice che sia in samadhi.” Ashtavakra Gita – (XV.3)

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