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L’osco nella lingua napoletana: una eredità lunga quasi 3000 anni

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Stele con iscrizione in lingua osca.

L’osco nella lingua napoletana: una eredità di quasi 3000 anni. Idioma parlato nel Sannio, così come nella Campania antica, nella Lucania e nell’Abruzzo.

L’osco era lingua degli Osci, popolazione stanziata in Campania già a partire dal VII secolo a. C. . Tale idioma fa parte delle lingue osco-umbre, Era parlato nel Sannio, così come nella Campania antica, nell’Abruzzo e nella Lucania. A distanza di quasi 3000 anni, l’osco continua a vivere ed a permeare i dialetti, o meglio le lingue, del Centro e del Sud Italia. Ad esempio è interessante porre l’accento sul fenomeno del rotacismo nella lingua napoletana (e in alcuni dialetti centro-meridionali), consistente nella trasformazione di suoni consonantici nel suono R. In napoletano accade spesso quando il suono D diventa talvolta R. Consideriamo il caso di delle parole “Madonna” e “Maronna”. Spesso capita anche che alcune parole originariamente scritte con la D siano poi state totalmente trasformate utilizzando la lettera R, come ad esempio: “annudo” (nudo) che ora è sempre “annuro”. Interessanti anche i casi di parole che presentano la doppia stesura, come ad esempio  “pere” e “pede” (piede). Il fenomeno del rotacismo napoletano, secondo numerosi studi, troverebbe fondamento non nel latino classico, bensì in un sostrato “mediterraneo/osco”. Altro fenomeno di assimilazione portato dall’osco è la trasformazione dei suoni “mb” in “mm”. E noi tra tantissimi altri esempi ricordiamo: chjùmme = piombo, dal latino “plumbum”.

L’osco nella lingua napoletana: Un ulteriore influsso dell’osco lo possiamo rilevare nella trasformazione da “bj” a “ggj”. Ad esempio la parola “habeo” (Ho), nell’espressione latina “Da legere habeo” (ho da leggere = leggerò), diventa in osco “habjo”, per poi rimanere nella lingua napoletana (e in alcuni dialetti centro-meridionali) come “aggjo”. Esempio: ho da andare = “àggja i”. Nel passaggio dal latino all’italiano, tale forma “ho da”, scompare progressivamente per dare spazio al tempo “Futuro Semplice”. L’infinito del verbo cantare, ad esempio, diventa quindi “canterò”. La forma “arcaica” in osco però permane nella lingua napoletana (e in alcuni dialetti centro-meridionali) con l’espressione “àggja”…cantà”.  Infine è interessante sottolineare l’influsso osco nella sonorizzazione di “s” in “z” quando è preceduta da “n”. Esempi: “mànze mànze”  (mansueto, calmo calmo), “Fònze” (Alfonso), ” ‘nzieme” (insieme), ” ‘nzalata” (insalata), e cosi via.

La storia ci racconta chi siamo, e studiare il passato ci aiuta certamente a tenere salde le nostre profonde radici identitarie, sia nel presente ma soprattutto nel futuro. A tal proposito risulta doveroso citare la bellissima frase di Marty Rubin:

“Le radici profonde non dubitano mai che la primavera arriverà.”

L’Osco, romanzo storico di Stefano Cortese, ambientato nel VII secolo a.C.

 

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