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La grande forza dei Sanniti: Le Forche Caudine

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La grande storia dei Sanniti: Le Forche Caudine.

In pochi e per la maggior parte appassionati di storia, avranno sentito parlare del leggendario episodio delle Forche Caudine e del motivo per cui, ogni volta che si subisce una grande umiliazione o disfatta, si usa l’altrettanto famoso detto “passare sotto le Forche Caudine”. Ma per conoscere tutto questo, occorre dapprima fare alcune premesse e partire da molto lontano, esattamente dal IV sec. a.C. quando un popolo forte e valoroso, si stanziò nell’area centromeridionale della Penisola italica (tra il Molise, l’Abruzzo, l’avellinese ed il beneventano), cominciando a farsi valere e a differenziarsi dagli altri per organizzazione, disciplina e arte guerriera.

Diverse stirpi.

Forche Caudine: Articolati in diverse stirpi (Sabini, Umbri, Volsci, Marsi, Piceni, Lucani e Osci), vengono descritti dalla storiografia antica come una popolazione dedicata prevalentemente alla pastorizia, suddivisa in tribù federate costituenti una lega e soprattutto, particolarmente bellicosa, al punto da dar filo da torcere nientedimeno che ai romani i quali riuscirono a sconfiggerli soltanto dopo tre sanguinosissime guerre, denominate, appunto, “guerre sannitiche”. La scintilla da cui scaturì la rivalità fu la loro costante espansione che nel giro di pochi anni, li portò a toccare il basso Lazio e la zona di Napoli, occupata dai romani che avevano ivi stabilito numerose colonie.

Forche Caudine: Dapprima, tra i due popoli, fu stipulato nel 354 a.C, un patto d’amicizia che tuttavia, durò poco. Il motivo, è da individuare nell’occupazione della città di Capua, tra gli alleati principali dei capitolini, da parte di questo ceppo indoeuropeo restio ad arrendersi ed a sottomettersi . Secondo i generali dell’Urbe, occorreva eliminare alla radice, l’ambizione di quello che era diventato un rivale temibile ed in grado di mettere il bastone tra le ruote all’espansione dell’Impero. Alla fine della prima guerra sannitica avvenuta nel 341 a.C, parvero palesarsi le premesse per una pace duratura; i sanniti avevano ottenuto una tregua dai romani, in cambio della neutralità nelle guerre che sin lì tenevano impegnati la Repubblica contro i numerosi e bellicosi popoli limitrofi.

Condizioni umilianti.

Forche Caudine: Fu però effimera e breve perché nel 327 a.C, i sanniti ruppero i trattati appoggiando i Paleopolitani. Scoppiarono immediati, i primi focolai di battaglia e in seguito a ripetuti scontri, nel 322 a.C i sanniti furono sconfitti e costretti ad accettare condizioni umilianti: la consegna di Brutulo Papio che fu indicato come principale istigatore della rivolta (suicidatosi poco dopo, ne fu poi consegnata la salma) e la restituzione dei prigionieri. Le premesse però, di una vendetta, si presentarono appena un anno dopo quando a Roma furono eletti consoli, Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudinio e nel frattempo, nella capitale del Sannio (Bovianum, l’attuale Bojano), fu nominato comandante Gaio Ponzio , “figlio di un padre famoso e di grande saggezza e lui stesso, combattente e stratega di prim’ordine”, come lo definì lo storico Livio. Furono inviati a Roma, ambasciatori col corpo di Brutulo, per trattare le condizioni della resa, ma Roma non accettò. Ponzio, tenne allora un infiammato e accorato discorso per ravvivare gli spiriti del suo popolo e sobillare le folla perché quella ferocia, non sarà “saziata dalla morte dei colpevoli…né lo sarà mai se non dall’offerta del nostro sangue da bere e delle nostre carni da sbranare”, si legge ancora nel celebre “Ab Urbe Condita” di Livio.

Trattative di pace.

Forche Caudine: Durante la trattative di pace, i funzionari romani con parte del proprio esercito, erano stanziati proprio nel Sannio, precisamente vicino Calatia e fu proprio qui che fu ideata la genialata che passò alla storia. Ponzio fece dapprima spostare il suo esercito per farlo accampare in tutta segretezza a Caudio; poi mandò una decina di soldati travestiti da pastori, con l’ordine di farsi catturare dai romani e raccontare loro che l’esercito sannita stava assediando Luceria, in Apulia, una loro importante città alleata. Per raggiungere Luceria i consoli potevano scegliere tra due strade: una più lunga ma maggiormente sicura che costeggiava l’Adriatico, ed una più breve che prevedeva l’attraversamento delle strettoie di Caudio. “due gole profonde, strette, ricoperte di boschi, congiunte l’una all’altra da monti che non offrono passaggi, delimitano una radura abbastanza estesa, a praterie irrigate, nel mezzo della quale si apre la strada; ma per arrivare a quella radura bisogna prima passare attraverso la prima gola; e quando tu l’abbia raggiunta, per uscirne, o bisogna ripercorre lo stesso cammino o, se vuoi continuare in avanti, superare l’altra gola, più stretta e irta di ostacoli…” così ce le definisce ancora lo storiografo latino, grazie al quale sono giunte sino ai giorni nostri, le principali notizie di quel periodo. Discesi in una di queste gole, i romani la trovarono improvvisamente sbarrata da tronchi d’albero. Bloccati in una trappola e circondati, le provarono tutte pur di trovare una via di fuga, mentre dall’alto, venivano irrisi dai nemici. Cercarono di scavare un terrapieno, di escogitare piani di evasione ma constatata l’inutilità dei propri sforzi, alla fine furono costretti ad arrendersi. Adesso non restava altro che decidere cosa fare dei prigionieri. Il figlio di Gaio Erennio Ponzio, si rivolse a quest’ultimo la cui risposta spiazzò tutti; ordinò di lasciarli andare senza torcere loro un capello ma prima, dovevano subire una umiliazione destinata ad essere ricordata a lungo da quelle parti. La strada dell’onta, fu considerata la più saggia e con tono reciso affermò:”

Forche Caudine: “Conservate ora coloro che avete inaspriti col disonore: il popolo romano non è un popolo che si rassegni ad essere vinto; rimarrà sempre viva in lui l’onta che le condizioni attuali gli hanno fatto subire, e non si darà pace se non dopo averne fatto pagare il fio ad usura …”. La punizione prescelta, fu quella di farli passare sotto il giogo nemico, disarmati e vestiti della sola tunica e fu stabilito che in seguito, romani e sanniti sarebbero vissuti ciascuno con le proprie leggi ed usanze. I nemici, nel frattempo li circondavano armati, ricoprendoli di insulti e scherni, puntandogli contro il “pilum”, un particolare tipo di giavellotto inventato da questi abili combattenti e che in seguito, fu fatto proprio dalle grandi legioni romane. Ebbene, il saggio Ponzio aveva colto nel segno; l’esercito romano, umiliato e disorientato, si diresse verso l’alleata Capua, senza osare entrare in città a causa della vergogna, sebbene i capuani uscirono per portar loro soccorso in armi, cibo e vestiti. Intanto, a Roma, la notizia della disfatta, fece rapidamente il giro della città e fu talmente mal digerita che si ebbero spontanee manifestazioni di lutto: furono chiuse botteghe e sospese le attività del foro e nelle alte sfere del potere, tale evento fu addirittura associato alle ben più gravi disfatte di Allia e Canne al punto che fu ricordato a lungo come marchio negativo per la Repubblica. I romani in seguito, riuscirono ad avere la meglio sul meno numeroso ed organizzato nemico ma mai dimenticarono quel triste giorno. Pur tuttavia, ebbero sempre grande rispetto dei vinti, al punto da inglobarli nella propria cittadinanza e a copiarne tecniche di combattimento . Ecco perché, quando un rivale (inteso, ad esempio, in senso sportivo) viene umiliato o battuto nettamente si dice che è dovuto passare “sotto le forche caudine”.

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