Domare o subire la fortuna: tra Machiavelli e Tomasi di Lampedusa

Domare o subire la fortuna: tra Machiavelli e Tomasi di Lampedusa. Laddove Machiavelli ha creato un mito d’azione, del coraggioso sovrano che doma violentemente la fortuna, il principe siciliano del Gattopardo sostiene il contrario, ovvero che siamo prigionieri della storia.

Machiavelli e Tomasi di Lampedusa: L’arte della politica è un’invenzione italiana – la politica come modo di agire e di pensare consapevole. Una moderna consapevolezza che le vicende umane non sono trasparenti, ma subdole, complesse e imprevedibili, risale al Rinascimento italiano con la sua miscela di spietatezza, ambizione, fantasia, fallimento e conoscenza di sé data voce al primo pensatore politico moderno, Niccolò Machiavelli.

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Machiavelli: domare la fortuna.

Nella sua opera del 1513, Il Principe, Machiavelli creò un mostro che da allora infesta la politica. Per secoli l’autore e il suo Principe sono stati visti come anticristo e le prime edizioni de Il Principe in inglese arrivano con note che negano piamente il suo cinismo. Ancora oggi, la descrizione machiavellica è abitualmente usata per indicare qualsiasi forma di azione politica che metta in discussione le nostre pittoresche nozioni di buona fede e di autenticità morale. Il Principe di Machiavelli non è un manuale di consigli pratici rivolto a un individuo specifico, ma crea una creatura fantastica, una sorta di colosso corazzato che cavalca l’Italia (e nel sogno precoce di Machiavelli, che unisce). Machiavelli era un drammaturgo – la sua Mandragola è l’unica commedia rinascimentale italiana che può ancora far ridere – e il Machiavelli sarebbe diventato un tipo sul palcoscenico giacobino. Questo è fondamentale per il suo successo. L’antieroe politico sempre pensieroso, sempre spietato, che avanza e finge sulle pagine del Principe è proprio e potentemente, come riconosceva il marxista Antonio Gramsci, mitico. Nel capolavoro fittizio di Machiavelli, diceva Gramsci, “ideologia politica e scienza politica si fondono nella forma drammatica di un mito”.

Tomasi di Lampedusa: subire la fortuna.

Sarebbe chiedere troppo alla letteratura italiana di produrre un secondo mito politico di questo tipo. Ma è quello che è successo quando, nel 1958, la Feltrinelli Editore di Milano ha tirato fuori un romanzo di un oscuro aristocratico palermitano morto l’anno prima. L’opera postuma e incompiuta del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, fu subito acclamata come un capolavoro. Possiede la potenza descrittiva e analitica non solo di uno dei più affascinanti romanzi del Novecento, ma di una delle più definitive finzioni politiche del mondo moderno. L’irresistibile creazione di Lampedusa, il Principe di Salina, gigante fisico di un uomo che inconsciamente piega le posate e schiaccia gli ornamenti quando è di umore cupo, è un Principe seducente come quello di Machiavelli.  Contro tutti i nostri pregiudizi, noi ci identifichiamo con i suoi sottili, indelebili e fatalistici tentativi di preservare il potere virtualmente feudale della sua famiglia al tempo del Risorgimento, l’unità d’Italia, nel 1860. Il motto del Gattopardo secondo cui “tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale” è diventato un’ironica massima storica citata più e più volte per descrivere la Sicilia, l’Italia, ed in generale la natura della storia e i modi intraprendenti del potere.

La Sicilia: un’isola seducente.

Machiavelli e Tomasi di Lampedusa: Nel libro Italia e il suo malcontento 1980-2001, Paul Ginsborg sostiene che per la prima volta la frase non vale più per l’Italia; con il declino della classe operaia industriale “la metà degli anni Settanta fu proprio il momento in cui tutto cominciò a cambiare e non, come Tomasi di Lampedusa, a rimanere uguale”. Il libro di Lampedusa è diventato una guida morbosamente seducente all’isola, al suo fascino e alla sua disperazione; il sensuale tripudio di palazzi decrepiti, i paesaggi bruciati costellati di templi, la pasticceria zuccherina (Tomasi di Lampedusa trascorreva molto tempo nelle pasticcerie) e il magnifico ballo in un salone dorato di Palermo.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Tomasi di Lampedusa colloca il suo romanzo nell’esatto momento storico in cui la Sicilia entra in contatto diretto con il movimento in avanti della storia, la storia delle nazioni, o del progresso, della democrazia e della giustizia sociale. “Maggio 1860”, il primo capitolo, è enfaticamente datato. L’11 maggio 1860 Garibaldi e il suo esercito di volontari, i Mille, sbarcarono a Marsala, sulla costa occidentale della Sicilia, con l’obiettivo di dare il via a una rivoluzione nel sud (Regno delle Due Sicilie) di allargare il movimento per l’unificazione nazionale che era guidato dal Piemonte al nord, e di marciare su Roma. L’atto decisivo dell’unificazione italiana avvenne, implausibilmente, in Sicilia. Garibaldi è sempre fuori scena nel Gattopardo, così come le battaglie, le manifestazioni e le marce. Siamo chiusi in un fresco palazzo con il Principe che si chiede cosa fare, facendo scelte sia brillanti – approvare pubblicamente la “rivoluzione“, sposare il nipote Tancredi, ambizioso ma squattrinato, a una bellezza nouveau riche, ma rifiutare l’offerta di un seggio nel nuovo Senato nazionale – sia a lungo termine inutili. A lungo termine, la sua classe è condannata.

Niccolò Machiavelli.

La disillusione.

Dalla nostra prospettiva lontana e ironica – Il Gattopardo è anche un astronomo dilettante e la sua visione degli eventi è telescopicamente fredda e precisa – vediamo la disillusione quasi istantanea di ciò che inizia come una nobile impresa. Come le battaglie medievali italiane che Machiavelli disprezzava per la mancanza di vittime o di significato, la lotta per la Sicilia non è una gran lotta. Il discorso iniziale sulla rivoluzione si affievolisce, e Tancredi, che inizia come seguace di Garibaldi, diventa ufficiale regolare dell’esercito piemontese, esprimendo disprezzo per la marmaglia garibaldina in camicia rossa. Il principe di Salina chiacchiera a un ballo con l’ufficiale piemontese incaricato di sparare a Garibaldi al piede per allontanare la sua presenza sovversiva da quello che stava diventando un Risorgimento ordinato e conservatore. Forse non sorprende, data la sua concentrazione sulla classe come forza sociale e culturale, che alcuni dei fan più devoti del Gattopardo siano stati marxisti. Gramsci aveva visto il problema del sud arretrato e non industrializzato come fondamentale per la storia moderna italiana. Il regista marxista (e aristocratico) Luchino Visconti era già affascinato dai temi del Gattopardo prima il film La Terra trema, prima della sua stessa pubblicazione.

Dea Fortuna, Palestrina.

Domare o subire la fortuna.

Laddove Machiavelli ha creato un mito d’azione, del coraggioso sovrano che doma violentemente la fortuna, il principe siciliano di Tomasi di Lampedusa crede il contrario: che siamo prigionieri della storia, del luogo, dell’usanza, persino del clima, e che il massimo che puoi sperare di fare è mantenere ciò che hai, giocando con la storia.




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