Alessandro Manzoni e il guazzabuglio delle speranze della vigna di Renzo

Alessandro Manzoni.

Alessandro Manzoni e il “guazzabuglio” delle speranze della vigna di Renzo. Episodio del meraviglioso romanzo “I Promessi sposi.”

Alessandro Manzoni e la sua metafora dell’esistenza nella narrazione del celebre episodio della “vigna di Renzo” dei “Promessi sposi”. Manzoni, nel 1840, dopo aver “risciacquato i panni in Arno”, dà finalmente alle stampe l’edizione definitiva del suo capolavoro, I promessi sposi, corredato, questa volta, dalle magnifiche incisioni di Francesco Gonin che, oltre ad abbellirlo, servivano a scongiurare copie e plagi di sorta. Vent’anni, quasi, per arrivare alla fine di questa storia editoriale, dopo che l’edizione del ’27 aveva lasciato l’autore insoddisfatto, soprattutto dal punto di vista linguistico.

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Alessandro Manzoni scrive una storia piuttosto semplice, un’impeccabile applicazione della formula aurea narratologica, che volgarmente potremmo riassumere nell’assioma “isso, essa e ‘o malamente”, ma che, a detta di György Lukács, “diventa la tragedia del popolo italiano in genere”. Episodio cardine del romanzo, è la descrizione della peste che colpì il milanese tra il 1628 e il 1630 (anni in cui si svolge il romanzo), seguita al dilagare dei mercenari Lanzichenecchi intervenuti nella guerra di successione tra Mantova e il Monferrato, uno dei tanti, tragici episodi della Guerra dei Trent’anni.

Manzoni racconta minuziosamente gli effetti della peste nella realtà sociale, economica, ma soprattutto morale dei personaggi. Le sue descrizioni sono così vivide, che addirittura Edgar Allan Poe ebbe a commentare: “C’è, qui, una potenza cui non ci facciamo scrupolo di offrire gran lode”, ispirandosi, forse, proprio ai passi manzoniani per il suo racconto La maschera della morte rossa (1842).

Renzo e Lucia.

Tra i tanti episodi celeberrimi di cui abbondano le antologie, va certamente ricordato quello della vigna di Renzo:

“Renzo rimase lì tristo e scontento […] andando, passò davanti alla sua vigna; […] povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna […]. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. […] Ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso”.

Alessandro Manzoni – “I Promessi Sposi”.

L’episodio della vigna di Renzo è una sorta di summa degli eventi narrati nel romanzo, l’emblema di quello che l’epidemia ha causato nelle vite dei protagonisti. Il mondo e le sue regole sono sfumate, si sono annichilite. Ciò che è coltivato dalla “mano dell’uomo” è scomparso o è stato depredato. Resta un “guazzabuglio”, termine manzoniano per eccellenza, un marasma indefinito d’erbe e piante anonime, spontanee, che rendono irriconoscibile ciò che è stato un tempo ordinato. Il contagio ha reso di nuovo il mondo grezzo, come ai primordi. Ciò che era è svanito, dissolto, e ne restano soltanto tracce. Tuttavia, e qui sta il messaggio di speranza provvidenziale di Manzoni, quell’apparente caos inestricabile è la base essenziale di una nuova esistenza e, soprattutto, di una nuova consapevolezza.

Il mondo cambierà, è inevitabile, ma questo non vorrà significarne la fine: alle ortiche e alle piante senza nome si sostituiranno nuove culture e l’ordine dell’uomo potrà tornare a operare, questa volta, però, con lungimiranza, cosciente che il “guazzabuglio” non è una chimera irrealizzabile, ma è lì pronta a tornare e a ghermire la quotidianità, e sta dunque all’uomo armarsi affinché, in futuro, egli non sia colto alla sprovvista. La vigna di Renzo, dunque, è sì un messaggio di speranza, ma soprattutto è un monito: l’esistenza è fatta di coscienza e pragmatismo, e solo chi è capace di accondiscendere a entrambi potrà in fine, per citare il Poeta, tornare “a riveder le stelle”.

Stefano Cortese



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