Gustave Dorè - "Dante e Virgilio".

Fallimento dell’antropocentrismo: Dante nel Canto III del Purgatorio

Fallimento dell’antropocentrismo: la lezione di Dante nel III Canto del Purgatorio ed un accenno al pensiero di Sofocle.

Fallimento dell’antropocentrismo: Il momento terribile che il mondo sta vivendo per via della pandemia CoronaVirus, è quanto mai utile definirlo un’apocalisse. Tale parola deriva dal greco apokálypsis, che sta a significare “scoperta”, “rivelazione”. Tra le tante “rivelazioni”, quella secondo noi certamente emblematica è il totale fallimento dell’antropocentrismo della civiltà occidentale.

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Un primo esempio di concezione antropocentrica si ha nel V secolo a.C. con Socrate e i sofisti. I filosofi presocratici erano interessati principalmente al mistero della natura circostante. Socrate ed i sofisti, invece, l’attenzione si sposta sull’uomo. Protagora sosteneva che “l’uomo è la misura di tutte le cose“, ponendo quindi l’essere umano come granitico fondamento al centro dell’universo. “Conosci te stesso”, affermava Socrate, indicando fortemente la superiorità della conoscenza dell’uomo stesso rispetto alla conoscenza della natura circostante. Dopo tali filosofi, nelle epoche successive il dibattito sull’antropocentrismo divenne sempre più vivo ed acceso, quasi tralasciando lo studio di come si sia originato l’universo, argomento di cui si erano occupati, come detto, tutti i presocratici.

Fallimento dell’antropocentrismo.

Ebbene nell’antropocentrismo “l’uomo è la misura di tutte le cose” ed addirittura lo stesso Principio primo d’ogni cosa, esiste in funzione dell’uomo. Ma riflettendoci proprio la sofferenza e la distruzione prodotta nei confronti di Madre Natura ci dimostra in maniera incontrovertibile, il contrario e l’errore fondante di tale paradigma. L’uomo non è affatto il signore indiscusso della Terra, il sovrano incontrastato, che possiede il potere di assoggettare l’intero creato a suo uso e consumo.

La straordinaria forza della Natura non è un oggetto o solo una macchina regolata da leggi che l’uomo può conoscere e utilizzare a proprio gusto senza un agire etico, consapevole e responsabile. Essa non è una riserva infinita di energie della quale l’uomo può servirsi senza andare incontro a conseguenze nefaste. Nella nostra epoca, il male e la distruzione dell’agire umano hanno raggiunto un livello così profondo, totalizzante e generalizzato da porre seriamente a rischio il futuro del nostro straordinario pianeta. Perciò, il totale fallimento della civiltà occidentale e del suo paradigma antropocentrico che getta le basi nell’antica Grecia, è qualcosa capace adesso di interessare ogni persona, proprio per la spaventosa estensione dei suoi effetti nefandi. Dante, nella Divina Commedia, a tal proposito, ci illumina con i suoi versi (pronunciati dal Maestro Virgilio), nel Canto III del Purgatorio:

“Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria
;

e disïar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri”; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.”

Versione in prosa

‘ “Agli uomini dovrebbe bastare di conoscere le cose che sono cosi come sono; poiché se ci  fosse stata data facoltà di comprendere tutto non sarebbe stato necessario che la Santa Vergine partorisse il Signore nostro…” E quì, la voce del Maestro si incrinò di profonda malinconia. “…la verità…”, Aggiunse, “… è che siamo troppo limitati per penetrare certi misteri; ci hanno provato uomini di grande intelligenza; uomini più avanti di tanti altri nella sapienza, nelle arti e nelle virtù; Aristotele e Platone, per esempio, i quali hanno creduto, grazie alla cultura e non alla loro fede, di poter comprendere la vera natura di Dio. Come sai essi ora sono però confinati nel Limbo e sospirano per l’eternità la loro esclusione dalla vita divina…”Ciò detto tacque, come turbato dalle sue stesse parole.’

(Michele Diomede – “Divina Commedia Interpretazione in prosa”)

Sofocle.

Paradossale ma affascinante concludere con il pensiero del più grande tragediografo greco, Sofocle, vissuto proprio nel V secolo a.C.. Secondo Sofocle è proprio il nostro essere sottili come carta, la nostra fragilità, a renderci veramente umani. In fin dei conti cos’è il vivere se non stare costantemente sospesi fra la meraviglia e la tragedia? Noi esseri umani non siamo altro che dei funamboli sospesi nel vuoto senza nemmeno scorgere o intravedere la meta; ognuno con le proprie paure, a modo suo, è impegnato nella dura traversata. Basta però una sola parola a liberarci da tutto il peso ed il dolore della vita…e quella parola è amore.

“Proprio quando io non sono niente, allora divento veramente uomo.”
(Sofocle)



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