Quel maledetto Inter-Juventus. 28 aprile 2018

Inter Juventus -28 aprile 2018

Inter Juventus -28 aprile 2018

In una rêverie tra mito e scienza un promemoria di quel giorno, dei momenti che l’hanno preceduto e del lascito che ne è scaturito

Nel mito di Orfeo, le anime dei trapassati, prostrate dal viaggio ultra mondano, sono colte da un’insostenibile arsura, che gli estinti possono placare abbeverandosi ad una delle due fonti che vi si scorgono appena varcate le soglie dell’Aldilà…

Benché complementari, le sorgenti sono antitetiche: saziare la propria sete con l’una o l’altra acqua conduce a effetti drammaticamente diversi, sui quali torneremo nel seguito dell’articolo.

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Occupiamoci, invece, dei mortali… viventi. Anzi, dei molto più comuni mortali. Sì, quelli affetti da un virus che, nel rispettabile arco di quasi due secoli, ha generato una grave epidemia, che si pensa abbia avuto origine nel mercato di Sheffield, in Inghilterra e, da lì, in progressione, attanagliato l’intero pianeta.

Un virus che, una volta contratto, genera emozioni contrapposte, smodate passioni, prolungate depressioni, esultanze chiassose, inaspettate forme di fratellanza, sebbene, nelle fogge più retrive, può dar luogo pure a atteggiamenti malmostosi e ingrugnati.

Per le sue capacità di mutare in maniera costante, i virologi lo definiscono un retrovirus, tant’è che ancora non si è stati in grado di trovarne un vaccino, né di ridurne il contagio. L’immagine elettronica dell’Eupallavirus (così battezzato dalla comunità scientifica, in ossequio ad uno dei suoi più celebrati cantori) rivelava, da principio, una struttura sferoidale di colore marrone, ancorché, nel corso delle sue molteplici mutazioni, abbia assunto una geometria più armonica, aerodinamica e la capside, tinte più vezzose.

Focalizziamo, ora, l’attenzione su uno dei cluster più interessanti del globo. Quello italiano, dove il virus, per il volgo, si chiama “calcio” e la patologia connessa viene detta “tifo”. In questo Paese, fonti accreditate hanno raccolto prove di sospette manipolazioni genetiche tese a mutare il virus in modo da generare l’estasi unicamente in un gruppo specifico di popolazione e, per contro, provocare afflizione in tutte le restanti classi di contagio.

Oggi, 28 aprile 2020, ricorre il secondo anniversario di un clamoroso episodio di ingegnerizzazione, perpetrato in un laboratorio milanese, il “Giuseppe Meazza”, appunto due anni orsono.

In diretta televisiva, davanti al mondo intero, si compì ciò che la ricerca scientifica definisce gain of function, ovvero “incremento di funzione”. L’esito di quella manipolazione generò ciò che per la stagione 2017-18 sarebbe stato il quarto acclarato e definitivo chimera-virus. Quest’ultimo produsse le finalità bramate dai laidi genetisti che lo avevano progettato: spazzò via dal sistema, un anticorpo – di provenienza senegalese – che, per vie del tutto naturali, aveva restituito al virus quella intrinseca imponderabilità che è motivo del suo fascino e della sua bellezza, in tutti gli altri cluster del pianeta (tranne che sul suolo italico), e che fa gioire o patire, alternatamente, categorie di esseri umani (ma non sempre gli stessi). Quell’anticorpo si generò, per vie naturali, una domenica di aprile del 2018, il 22, per l’esattezza.

Eppure, per godere appieno del magico estro di Madre Natura e, di converso, per ingiuriare e imprecare contro l’esecrabile contraffazione perpetrata da una oligarchia ottusa e senza scrupoli, dovremmo ulteriormente retrodatare il nostro promemoria, con una cronaca rifacentesi a 4 giorni prima: a mercoledì 18 aprile.

Alle 20 e 45, fischio d’inizio del turno infrasettimanale, 33ma giornata di serie A. 300 chilometri in linea d’aria e 6 punti in classifica (85 a 79) separano le prime due compagini del massimo torneo nazionale: la Juventus impegnata a Crotone (terz’ultimo); il Napoli ospita l’imprevedibile Udinese.

90 minuti al quadrato durante i quali si assiste ad un’insperata altalena di emozioni. I gol messi a segno dalle 4 formazioni, sui due campi distanti, appunto, 300 chilometri, dilatano e accorciano la forbice tra le due protagoniste della serie A 2017-18.

16mo, Alex Sandro spizza, di testa, in rete, per il prevedibile vantaggio ospite: Juventus 87, Napoli 79; +8. San Paolo di Napoli: cinque minuti al termine della prima frazione di gioco. L’Udinese avanti con Jankto: Juventus 87, Napoli 78; +9. Qui, l’arbitro concede quattro minuti di recupero. Insigne ne usa due per ripristinare la parità e riportare il Napoli a -8 dalla Juve: ancora 87 a 79.

Nel secondo tempo (55mo), il gol del centrocampista svedese dell’Udinese, Ingelsson riconduce gli azzurri al massimo svantaggio dalla capolista: 87 a 78. Ma a distanza di dieci minuti e 300 chilometri più giù, in fondo allo Stivale, il nigeriano Simy, con un acrobatico colpo in area bianconera, sorprende il portiere ospite, Szczęsny. Crotone-Juventus 1-1 e Juventus a +7 sul Napoli: 85 a 78, giusto un’istante prima del gol di Albiolcontemporaneità elusa solo perché i cronometri degli stadi San Paolo ed Ezio Scida non sono sincronizzati – il quale restituisce alla sua squadra, la doppia parità nel risultato, nonché l’iniziale gap di punti: 85 a 79.

Appena sei minuti e Milik, in tap-in sulla respinta dell’estremo udinese, Bizzarri, in difficoltà su una rasoiata di Callejon, fa esplodere il catino di Fuorigrotta: Napoli-Udinese 3-2 e Juve a -4. Tonelli, al minuto 75, mette, il risultato, al riparo da amari imprevisti. Il triplice fischio a Napoli e a Crotone inchioda la classifica: 85 a 81.

Domenica 22 aprile, allo Juventus Stadium, come conviene alle più solide sceneggiature thrilling, i padroni di casa faccia a faccia con gli inseguitori.

Il gradino che li separa è più basso di cinque giorni prima. Si riduce ad un minimo inciampo, grazie all’imperiosa elevazione di Koulibaly.

La locandina di questo “capolavoro calcistico” non può essere affidata ad un’immagine singola: occorre una live photo, di quelle in uso sugli smartphone, per immortalare i 3 secondi che resteranno, ad libitum, nella storia del club azzurro.

– Koulibaly Juve Napoli 2018

Minuto 44 e 3 quando Callejon batte il corner dalla destra. La palla impiega 2 secondi per incrociare il terzo movimento (il salto dopo due appoggi di piede in corsa) di Koulibaly: lo stacco poderoso consente al difensore senegalese, di schiacciare il pallone, di testa, a 2 metri e 48 dal suolo, con la veemenza necessaria per mandare, fuori giri, Buffon, correttamente piazzato sul suo palo. Al minuto 44 e 6 la sfera è un metro e mezzo più indietro della linea di porta, nell’angolo destro del sostegno posteriore della rete juventina. Il Napoli è a -1: il campionato è riaperto. L’anticorpo senegalese ha annientato il terzo chimera-virus della stagione 2017-18.

Sabato 28 aprile, stadio “Giuseppe Meazza”. L’incontro di cartello del 35mo turno è Inter-Juventus. Decine di migliaia di contagiati dal Virus del calcio sono sugli spalti; milioni di altri, in diretta televisiva, molti dei quali di sangue azzurro, in deroga alla propria fede, pronti a parteggiare, almeno per 90 minuti, per l’Inter guidato da Spalletti, di certo la più accreditata avversaria, la peggiore che la Juve possa incrociare in quella fase terminale del torneo.

Pareggio o sconfitta dei bianconeri; vittoria del Napoli, il giorno successivo, a Firenze, significherebbe sorpasso dei partenopei e la strada di questi ultimi (corta appena 3 giornate) un’agevole discesa verso lo scudetto: uno spettro che deve aver incupito la dirigenza juventina, nelle ore a ridosso del derby d’Italia.

Il lungo naso di Pinocchio, con indosso una maglia bianconera, punta alle 7 finali perse nel massimo trofeo continentale dalla Vecchia signora, nonché al numero di scudetti che, da sempre – in sprezzo alla decisione federale – la Juve si attribuisce: è l’enorme striscione disegnato dalla curva nerazzurra, preludio al match. A partita in corso, i supporter interisti rincareranno la dose: “Cinque minuti di silenzio nel rispetto della sensibilità di milioni di tifosi e giocatori di tutte le squadre italiane che da sempre vengono derubate“, a dimostrazione che le asperità verso i bianconeri non sono dominio esclusivo della latitudine partenopea.

Orsato, arbitro in campo e Valeri, al Var, danno forma al quarto e risolutivo chimera-virus. Appena quindici minuti e l’Inter è già in dieci per l’espulsione di Vecino. Orsato, verifica al Var e commuta l’iniziale giallo (”imprudenza”), in “vigoria sproporzionata” (rosso diretto). Cinque minuti dopo, un fallo plateale di Pianic su Brozovic fa ben sperare in un riequilibrio del numero dei giocatori sul terreno di gioco, almeno nel seguito della partita. L’ammonizione comminata pare, invece, conferire al bosniaco, l’immunità: 27mo, pestone di Pjanic su Rafinha, sotto gli occhi di Orsato che si limita ad allargare le braccia. Il linguaggio del corpo palesa un “Così, però, non mi aiuti!”. Al 44mo, Barzagli atterra, con un goffo tackle, Icardi. Il tenore del fallo è sensibilmente più grave di quello commesso da Vecino mezz’ora prima, ma per il centrale bianconero il colore del cartellino è giallo. 11mo del secondo tempo: scomposto fallo di Pjanic, ancora su Rafinha (Bergomi, in diretta tv, al commento tecnico, osserva sommessamente: “Ginocchio, braccio, tutto!”): nulla anche qui. Eppure l’Inter, in dieci per 75 minuti, agguanta il pareggio e si porta avanti, prima di capitolare, sul finale (87mo e 89mo), per il conclusivo 2 a 3.

Il risultato persuade – il giorno seguente in quel di Firenze – gli eroi azzurri della storica impresa allo Juventus Stadium, che il dado sia, ormai, già tratto.

Quel maledetto Inter-Juventus dissacra la grande bellezza del calcio totale, corale, armonico, aureo, studiata, amata, invidiata e celebrata a qualunque latitudine e della quale si fanno interpreti i giocatori del Napoli, nel corso di tutta la stagione.

Quel maledetto Inter-Juventus consacra un sistema secondo cui la squadra con il maggior seguito debba vincere sempre, anche a costo di palesi illegittimità.

Ne fanno le spese il Napoli e i suoi sostenitori – in prima battuta – ma la vittima è il calcio italiano tutto, i supporter di ogni colore.

Il mattino seguente, per le strade, nei locali, nei mezzi pubblici, taxi, bar, saloni da barbiere, nei salotti culturali, in tutti i consessi riecheggiano le solite recriminazioni dei tifosi. Gli sfoghi sono un chilometrico elenco dei torti subiti che si sono affastellati, di giornata in giornata, fino all’ultimo atto: quel maledetto Inter-Juventus.

Cosa avviene, poi?

Esattamente ciò che accade alle anime dei defunti che varcano le soglie degli Inferi: assetate dal lungo viaggio nell’Oltretomba si abbeverano alla fonte sbagliata, che dispensa dimenticanza, affranca dalla precedente esistenza, prepara alla vita successiva – o, trasposto al macrouniverso pallonaro – al prossimo campionato, in cui riporre rinnovati miraggi, catalizzati da nuovo allenatore, nuovo top player, nuovo manager o dalle infedeltà di vecchie e nuove bandiere, salvo poi compiersi la solita solfa, dar sfogo alle medesime rimostranze.

Gli oscuri eversori della legittimità conoscono bene la maledizione degli uomini: dimenticare! Confidano nell’inizio di un nuovo campionato per soffocare ogni ricordo sui misfatti della precedente stagione. La salvezza sta nell’altra fonte infera; il rimedio, nella sorgente che, nel mito di Orfeo, è nota come Mnemosine.

La ierofania di tale divinità della memoria si materializza l’11 giugno, sotto le sembianze mortali di un umile docente di Diritto amministrativo: il professor Guido Clemente di San Luca il quale, a ridosso della fine del campionato 2017-18 – coadiuvato da appassionati sodali, molti dei quali noti giuristi – espone in un convegno, intitolato “Campionato di calcio e Stato di diritto”, i risultati di una scrupolosa ricerca scientifica che chiarifica le più marchiane illegittimità dovute alla mancata applicazione o errata interpretazione delle regole del giuoco del calcio (relativamente alla serie A 2017-18), rese ancora più manifeste in virtù dell’esordio della tecnologia VAR.

Qualche mese più tardi, poi, gli atti di tale consesso troveranno una veste editoriale in un volume che mutua per intero il titolo del simposio. Contrariamente ad altre iniziative autoreferenziali sorte per profittare del malumore di tifosi e consumatori delle pay-tv, l’impresa del professor Clemente di San Luca è, tuttora, il miglior lascito derivante da quel campionato avvelenato e l’11 giugno 2018, la pietra miliare nell’insurrezione contro chi sovverte lo Stato di diritto. Parliamo di calcio, certo, ma ai benaltristi/moralisti che ribattono che 22 uomini (ma anche donne) in mutande che corrono dietro a un pallone, non valgono nemmeno la metà del minore dei problemi che attanaglia il Paese, rammentiamo che il calcio è nella top ten delle industrie, con un giro d’affari di decine di miliardi di euro. Pare, dunque, inevitabile, che il calcio sia – nel bene e nel male – la mimesi della società civile.

Tra le lezioni apprese dall’emergenza sanitaria, del Corona Virus, certamente una ricorre – senza tema di smentite – nell’immaginario collettivo: l’esplosione della Natura che si reimpossessa delle enclave umane.

Leggiamola come una metafora: lasciamo che, almeno nel Pallone, il Virus del tifo, si propaghi senza alterazioni, senza manipolazioni, senza ostacoli. Che la passione fluisca all’insegna della legittimità.

Un’ultima annotazione a mo’ di indovinello. Sapete qual è il nome della fonte che estingue traccia e ricordi delle precedenti esistenze? Lete (per ironia della sorte).

Alla dea Mnemosine, invece, lo scrivente ha rispettosamente voluto fornire un piccolo omaggio perché la memoria di quel 28 aprile 2018 non vada perduta mai.

 

Corrado Valletta



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