Yoga ed Esicasmo: confronto tra la meditazione orientale e quella cristiana

Yoga ed Esicasmo: confronto tra la meditazione orientale e quella cristiana. Considerazioni sulle rispettive pratiche ascetiche ed i loro obiettivi.

Yoga ed Esicasmo: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. La preghiera di Gesù cominciò a diffondersi generalmente nella Chiesa d’Oriente con la nascita dell’Esicasmo, un movimento spirituale nato dal monachesimo ortodosso nel XIV secolo durante l’ Impero bizantino. Ma una parte significativa di questo il movimento non fu tanto l’attenzione sulla Preghiera di Gesù, ma una speciale psicofisica tecnica che ha cominciato ad essere praticata con questa preghiera dei monaci sulla Montagna Sacra di Athos. Questo metodo psico-fisico, compresa una particolare postura corporea e un respiro tecnica di controllo, sembra essere abbastanza simile ai metodi stabiliti in un altro religioso tradizione, cioè quella dello yoga che si è sviluppata dai tempi antichi in India. A causa della sua considerevole somiglianza, un bizantinologo, Endre von Ivánka definì gli esicasti Yogi Bizantini. E interessante dunque chiarire, in estrema sintesi,  le somiglianze e le differenze in i quadri concettuali e metodologici dei due sistemi.

Con un’analisi comparativa tra il metodo di aṣṭāṅga-yoga negli Yoga Sūtras ed il metodo psicofisico dell’esicasmo si possono giungere a 6 importanti considerazioni:

1) Entrambi parlano della necessità delle pratiche ascetiche quotidiane ai fini della purificazione prima di intraprendere delle pratiche concrete. L’Esicasmo lo chiama prassi, e negli Yoga Sūtras sono definiti yama e niyama.

2) Entrambi hanno uno stile di seduta come postura corporea di base, e in entrambe le tradizioni questa postura è richiesta come base per le altre pratiche concrete. Ma nel caso della Preghiera di Gesù è necessaria una certa postura flettente in avanti che porta a un’esperienza dolorosa del corpo, mentre nell’asana degli Yoga Yoga la postura corporea raccomandata , genera profondo relax, ed è adatta a lunghi periodi di meditazione.

3) Entrambi consigliano una forma di controllo del respiro. Per la Preghiera di Gesù si utilizza la respirazione per acquisire una profonda quiete interiore espressa nel simbolismo dell ‘”introduzione del nous (mente) nel cuore”. Gli Yoga Sūtra enfatizzano la pratica del prāņāyāma come un modo per realizzare la quiete interna espressa nel termine “nessun disturbo delle dualità”, uno stato di indifferenza per le dualità come ad esempio caldo e  freddo.

“Prima di tutto, rendi la tua vita calma, rimuovi le preoccupazioni e rendi tutto tranquillo. Siediti, poi concentra il tuo intelletto e guidalo nel passaggio respiratorio attraverso il quale il tuo respiro passa nel tuo cuore. Metti pressione sul tuo intelletto e costringilo a scendere con il respiro nel cuore. Una volta che vi è entrato, ciò che segue non sarà né lugubre né triste. Proprio come un uomo, dopo essere stato lontano da casa, al suo ritorno è felicissimo di essere di nuovo con la moglie e i figli, così l’intelletto, una volta unito all’anima, si riempie di una gioia indescrivibile.”

(Nikephoros l’Esicasta)

4) Entrambi utilizzano pratiche per allenare l’attenzione a focalizzarsi su determinati oggetti per la contemplazione e la meditazione come un metodo preciso per giungere alla calma interiore e la quiete. Ma una certa differenza si nota  nell’enfasi posta su questa pratica dalle due tradizioni. Per quanto riguarda la Preghiera di Gesù, Ps.-Symeon sceglie l’ombelico come oggetto e Gregorios Palamas, il petto, ma Nikephoros l’Esicasta non li menziona affatto. Al contrario, negli Yoga Sūtras nella pratica del dhāraņā, esiste una relativa libertà nella scelta degli oggetti per le fasi iniziali, ma ciò si restringe man mano che la pratica avanza verso gli altri stati di appredimento dello yoga. Nel saṁprajñāta-samādhi ci sono quattro “oggetti”, mentre nella fase finale di asaṁprajñāta-samādhi non vi è alcun oggetto coinvolto nell’assorbimento meditativo.

5) Entrambi raccomandano l’utilizzo di un mantra. L’invocazione “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me” è il mantra della Preghiera di Gesù, mentre nello svādhyāya degli Yoga Sūtras è la sacra sillaba “Om” o letture dai libri sacri. Sebbene questi appaiano simili dal punto di vista del metodo, nell’esicasmo la ripetizione della preghiera di Gesù ha un ruolo centrale nella tecnica psico-fisica, mentre lo svādhyāya e lo īśvara praṇidhāna sono menzionati come fasi preparatorie di aṣṭāṅga-yoga. Qui vediamo anche una differenza tra la fede cristiana con un Dio personificato e lo yoga caratterizzato dalla sua immagine non personificata di īśvara, una forma speciale di Puruṣa o pura coscienza. L’Esicasmo invoca la grazia divina per giungere ad uno stato di profonda calma interiore, mentre lo Yoga mette al centro lo sforzo personale per giungere a tale scopo.

“La calma indisturbata della mente si ottiene coltivando la cordialità verso i felici, la compassione per gli infelici, la gioia per i virtuosi e l’indifferenza verso i malvagi”.

(Patanjali – Yoga Sutras)

6) Entrambi parlano di raggiungere un sé che va oltre l’esperienza ordinaria di se stessi.  Ambedue le pratiche fanno riferimento a dei processi di trasformazione del proprio mondo interiore per il raggiungimento dell’obiettivo. L’esicasmo mira ad incontrare Dio, l’Altro assoluto oltre l’universo, nel luogo della beatitudine arricchendo il proprio mondo interiore della sua luce divina. L’obiettivo finale dello Yoga è quello di trascendere la natura materiale che è nata dall’ignoranza e si stabilisce nel Puruṣa che, in un certo senso, è nascosto nella profondità della propria coscienza. Inoltre, l’esperienza della gioia è osservata in entrambe le tradizioni: per l’Esicasmo è, come detto, giungere alla Luce di Dio, mentre nello Yoga è giungere alla calma della mente, “inquinata” e disturbata dal pensiero.

Yoga ed Esicasmo: Concludiamo con un significativo estratto delle lettera Enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II, che, in un passaggio, si focalizza sul rapporto tra i cristiani e le antiche filosofie orientali.

“(…) Il fatto che la missione evangelizzatrice abbia incontrato sulla sua strada per prima la filosofia greca, non costituisce indicazione in alcun modo preclusiva per altri approcci. Oggi, via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori dell’ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono all’inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare nei primi secoli si pongono alla nostra generazione. Il mio pensiero va spontaneamente alle terre d’Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l’India occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto. Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi sistemi metafisici. Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano.

Per questa opera di discernimento, che trova la sua ispirazione nella Dichiarazione conciliare Nostra aetate, essi terranno conto di un certo numero di criteri. Il primo è quello dell’universalità dello spirito umano, le cui esigenze fondamentali si ritrovano identiche nelle culture più diverse. Il secondo, derivante dal primo, consiste in questo: quando la Chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino. Rifiutare una simile eredità sarebbe andare contro il disegno provvidenziale di Dio, che conduce la sua Chiesa lungo le strade del tempo e della storia. Questo criterio, del resto, vale per la Chiesa di ogni epoca, anche per quella di domani, che si sentirà arricchita dalle acquisizioni realizzate nell’odierno approccio con le culture orientali e troverà in questa eredità nuove indicazioni per entrare fruttuosamente in dialogo con quelle culture che l’umanità saprà far fiorire nel suo cammino incontro al futuro. In terzo luogo, ci si guarderà dal confondere la legittima rivendicazione della specificità e dell’originalità del pensiero indiano con l’idea che una tradizione culturale debba rinchiudersi nella sua differenza ed affermarsi nella sua opposizione alle altre tradizioni, ciò che sarebbe contrario alla natura stessa dello spirito umano. Quanto è qui detto per l’India vale anche per l’eredità delle grandi culture della Cina, del Giappone e degli altri Paesi dell’Asia, come pure delle ricchezze delle culture tradizionali dell’Africa, trasmesse soprattutto per via orale (…).”


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