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Pascoli socialista e anarchico: focus sul grande poeta

La verità politica (e ribelle) che la scuola spesso ignora.

Pascoli socialista e anarchico: focus sul grande poeta. La verità politica (e ribelle) che la scuola spesso ignora.

Se ripensi a Giovanni Pascoli studiato tra i banchi di scuola, qual è la prima immagine che ti viene in mente? Probabilmente quella di un uomo cupo, ossessionato dalla morte, autore di poesie lacrimevoli sulla “cavallina storna” e sul nido familiare distrutto.

Viene spesso dipinto come un poeta passivo, ripiegato su se stesso, il classico “poeta triste”. Tuttavia, questa è una narrazione parziale. Esiste un Pascoli che i manuali scolastici spesso liquidano in poche righe: il Pascoli socialista e anarchico, il militante politico che conobbe il carcere e che gridava contro i tiranni.

In questo articolo scopriamo il volto “sovversivo” del poeta romagnolo, per capire come la sua militanza abbia influenzato la sua opera ben oltre il semplice lutto familiare.

La giovinezza ribelle: il periodo bolognese

Per capire il pensiero politico di Pascoli, dobbiamo guardare ai suoi anni universitari a Bologna. Siamo alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento. Il giovane Giovanni, orfano e povero, vince una borsa di studio e si iscrive alla facoltà di Lettere dove insegna Giosuè Carducci.

Ma Bologna non è solo studio. È una polveriera sociale. Pascoli entra in contatto con gli ambienti dell’estremismo di sinistra. Stringe amicizia con Andrea Costa (futuro fondatore del Partito Socialista Italiano) e Severino Ferrari.

In questa fase, Pascoli non è il poeta del “Fanciullino”: è un attivista che partecipa alle riunioni dell’Internazionale Anarchica. Crede che la giustizia sociale passi attraverso la rivoluzione e l’azione diretta. Altro che nido protettivo: il giovane Pascoli cercava lo scontro.

L’arresto di Pascoli: “Odiate i tiranni!”

Il culmine della militanza di Pascoli anarchico avviene il 7 settembre 1879. Alcuni internazionalisti bolognesi erano stati condannati e Pascoli partecipò a una violenta protesta in loro difesa.

Secondo le cronache e le testimonianze dell’epoca, il poeta si alzò gridando: “Se questi sono malfattori, evviva i malfattori!” (alcune fonti riportano anche “Odiate i tiranni”).

Il risultato? L’arresto immediato. Pascoli passò circa tre mesi nel carcere di San Giovanni in Monte (e poi alla Rocca di San Leo). Fu un’esperienza traumatica. Perse la borsa di studio (poi recuperata grazie a Carducci) e vide da vicino l’abisso della devianza e della disperazione carceraria. Assolto successivamente per inesistenza di reato, uscì dal carcere profondamente cambiato, ma non “spento”.

Dal carcere al Socialismo Umanitario

Il carcere segnò la fine del Pascoli “rivoluzionario violento”, ma non del Pascoli politico. Lo shock della prigione lo portò a rifiutare la lotta di classe violenta, che iniziò a vedere come foriera di nuovi dolori e ingiustizie.

Tuttavia, rimase fedele agli ideali di uguaglianza. Sviluppò quello che i critici definiscono Socialismo Umanitario.
La sua idea politica matura si basava su:

  • Fratellanza universale: Gli uomini sono vittime di un destino crudele (la natura matrigna), quindi devono allearsi tra loro, non combattersi.

  • Rifiuto della lotta di classe: Operai e padroni non devono farsi la guerra (come voleva Marx), ma collaborare solidalmente.

  • Difesa dei piccoli proprietari: Il suo ideale economico non è l’industria, ma il piccolo podere agricolo che garantisce dignità e autosufficienza.

“La grande proletaria si è mossa”: il nazionalismo pascoliano

Un punto cruciale per capire la complessità di Pascoli è il celebre discorso del 1911, La grande proletaria si è mossa, pronunciato in occasione della guerra di Libia.
Molti studenti rimangono confusi: come può un socialista appoggiare una guerra coloniale?

Qui sta la chiave del pensiero di Pascoli. Per lui l’Italia intera era una “nazione proletaria”, povera e costretta a emigrare, sfruttata dalle nazioni “capitaliste” (come Francia e Inghilterra).
Pascoli vede la conquista della Libia non come un atto di impero aggressivo, ma come un diritto al lavoro per gli italiani: dare una terra ai contadini italiani per evitare che debbano emigrare in America ed essere umiliati. È un nazionalismo difensivo e sociale, figlio diretto del suo socialismo.

Perché Pascoli non è solo un “poeta triste”

Insegnare Pascoli solo come il poeta del pianto è un errore storico. La sua malinconia non è rassegnazione passiva, ma la cicatrice di chi ha combattuto e ha visto fallire le utopie rivoluzionarie.

Il ripiegamento nel “nido” e la poetica del “Fanciullino” sono una risposta politica alla violenza della storia. Se la società è ingiusta e la rivoluzione porta solo al carcere, l’unica salvezza è la solidarietà tra gli uomini e la capacità di guardare il mondo con stupore, proteggendo le piccole cose.

Oltre la cortina di nebbia e i filari di cipressi, bisogna avere il coraggio di scorgere quel ragazzo che, a pugni chiusi, urlava contro il Re e contro l’ingiustizia sociale. Ricordare questo aspetto significa liberare finalmente Pascoli dalla polvere delle antologie scolastiche, che troppo spesso lo hanno ridotto a una stanca caricatura lacrimevole, rendendolo ingiustamente noioso e distante agli occhi di generazioni di studenti. Il vero Pascoli non è un monumento alla rassegnazione, ma un uomo che ha vissuto sulla propria pelle il fuoco della rivolta e il gelo del carcere: una figura complessa, inquieta e terribilmente moderna, ben lontana dal ‘fanciullino’ ingenuo che ci hanno costretto a memorizzare.

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