Un’immagine fotografica. Gordon é seduto di spalle verso l’obiettivo. La sua schiena è un reticolo di cicatrici sollevate.
C’è un’immagine, nella storia della fotografia, che non ha bisogno di didascalia per essere compresa. Un uomo seduto, di spalle, con testa rivolta, verso l’obiettivo. La sua schiena è un reticolo di terribili e profonde cicatrici, un paesaggio di carne che racconta, meglio di qualsiasi cronaca, cosa significasse essere proprietà di un altro essere umano. Quell’uomo si chiamava Peter. La storia lo ricorda con il nome che gli fu dato durante la schiavitù: Gordon.
Una lastra di vetro contro un’istituzione
Siamo a Baton Rouge, in Louisiana, il 2 aprile del 1863. La guerra civile americana è nel suo secondo anno. Gordon è fuggito da una piantagione, ha attraversato paludi e linee nemiche seguendo l’odore della trementina per confondere i cani, ha raggiunto le linee dell’Unione. Prima di arruolarsi nel Corps d’Afrique, viene sottoposto a una visita medica. È lì che i medici scoprono quella schiena: il segno di una fustigazione subita il giorno di Natale dell’anno precedente, punizione inflitta da un sorvegliante per un’infrazione che la storia non ha mai davvero chiarito.

I fotografi William D. McPherson e J. Oliver, di New Orleans, scattano tre ritratti. Uno di questi diventerà noto come “The Scourged Back“, la schiena flagellata. È una prova, non uno scatto rubato, raccolta con la stessa cura con cui un chirurgo raccoglie un referto. E come un referto, viene fatta circolare.
Quando l’immagine diventa più veloce della parola
Nel maggio del 1863 il giornale abolizionista The Independent descrive la fotografia e ne chiede la diffusione capillare, sotto forma di carte de visite, i piccoli ritratti fotografici che circolavano come oggi circolerebbe un contenuto virale. Il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana, Harper’s Weekly, il settimanale illustrato più letto del paese, pubblica tre incisioni tratte dalle fotografie di Gordon, accompagnate dal racconto della sua fuga. Da quel momento gli studi fotografici del Nord, incluso quello del celebre Mathew Brady, cominciano a stampare e vendere copie dell’immagine.
Per la prima volta nella storia, una guerra si combatte anche attraverso la fotografia, e la fotografia riesce a fare qualcosa che la parola scritta, da sola, non era mai riuscita a fare fino in fondo: rendere innegabile la sofferenza altrui. Frederick Douglass, ex schiavo e voce più autorevole dell’abolizionismo, la mostrava al pubblico nei suoi comizi per smontare la narrazione paternalistica di una schiavitù “benevola” che certi ambienti del Sud continuavano a raccontare. La fotografia, diceva chi la diffondeva, racconta alla vista quello che nemmeno la letteratura più toccante riesce a raccontare del tutto.

“Quella fotografia, rappresenta oggi la memoria di milioni di persone ridotte in schiavitù e la prova visiva della violenza sistemica che ha segnato per secoli la società americana.”
Il potere scomodo dell’evidenza
Non tutti accolsero l’immagine allo stesso modo. Alcuni giornali del Sud e parte della stampa democratica del Nord ne misero in dubbio l’autenticità, negando che una punizione simile fosse mai stata inflitta. È una dinamica che chiunque si occupi oggi di informazione visiva riconosce immediatamente: davanti a una prova scomoda, la prima difesa è sempre metterne in discussione la veridicità. Ma la fotografia di Gordon resistette a quell’attacco, perché dietro c’era un corpo reale, un nome, una storia verificabile, un uomo che sarebbe poi tornato in prima linea, catturato una volta dai confederati, lasciato per morto, sopravvissuto di nuovo, arruolato infine come soldato regolare.
L’immagine da sola non basta mai, per chiunque oggi maneggi una macchina fotografica con l’intenzione di raccontare qualcosa di vero. Serve il contesto, la verifica, la responsabilità di chi la diffonde. Ma quando questi elementi si tengono insieme, un’unica fotografia può fare più della propaganda di un intero apparato di potere.

Una storia che non smette di riguardarci
Quest’anno, oltre un secolo e mezzo dopo quello scatto, la fotografia di Gordon è tornata al centro della cronaca: negli Stati Uniti si è discusso della sua rimozione da spazi museali ed espositivi pubblici, nell’ambito di un più ampio ripensamento di come raccontare la storia della schiavitù nei luoghi della memoria. È la controprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che un’immagine capace di mostrare la verità resta scomoda anche quando quella verità appartiene ormai al passato. Cancellarla non cancella ciò che è accaduto: lo rende semplicemente più facile da dimenticare.
Ogni forma di schiavitù, ieri come oggi (tratta, lavoro forzato, sfruttamento minorile, tutte le nuove schiavitù che si nascondono dietro filiere produttive e confini invisibili), si regge sulla possibilità di restare invisibile. La schiena di Gordon ci ricorda che la fotografia, quando è onesta e quando chi la guarda accetta di non distogliere lo sguardo, resta uno degli strumenti più potenti che abbiamo per rompere quel silenzio. Non basta scattare: bisogna guardare, e poi bisogna agire di conseguenza. È il debito che ogni fotografo porta con sé nei confronti di quell’uomo, che non scelse di diventare un simbolo ma che, con la sua schiena, scrisse una delle pagine più importanti della storia della libertà.
“Quella fotografia, rappresenta oggi la memoria di milioni di persone ridotte in schiavitù e la prova visiva della violenza sistemica che ha segnato per secoli la società americana.”


