Star trek, negli anni ’60 era fantascienza pura. Oggi, guardandoci intorno, molte di quelle intuizioni non sembrano più così lontane.
8 settembre 1966 – 8 settembre 2026. Sessant’anni fa esatti la NBC mandava in onda The Man Trap, il primo episodio trasmesso di una serie che nessuno, a Hollywood, avrebbe scommesso di veder sopravvivere la serie oltre la prima programmazione annuale. Ascolti molto bassi, un budget della produzione risicato e già pronto a chiuderla. Invece Star Trek è diventata molto più di un programma televisivo, essa è da 60 anni un fenomeno culturale, un linguaggio condiviso, e lo dico da appassionato che ha consumato ore, sul ponte, dell’Enterprise, una specie di prova generale del futuro che stiamo vivendo.

Da Gene Roddenberry al mondo reale. Il regista e scrittore non voleva solo raccontare avventure spaziali. Voleva immaginare un’umanità che avesse superato fame, guerra, razzismo, disuguaglianza, un equipaggio multietnico e multiplanetario che lavorava insieme su una nave chiamata, non a caso, Enterprise: impresa, iniziativa, ambizione condivisa. Negli anni ’60 quella era fantascienza pura. Oggi, guardandoci intorno, molte di quelle intuizioni non sembrano più così lontane.

Le “invenzioni” che sono uscite dallo schermo.
Chi segue Star Trek da appassionato lo sa: la lista delle tecnologie immaginate in studio e poi arrivate davvero nelle nostre tasche è lunga, e non è un caso.
- Il comunicatore → lo smartphone. Martin Cooper, l’ingegnere Motorola che nel 1973 realizzò la prima chiamata da cellulare portatile, ha dichiarato di essersi ispirato oltre che da romanzi di fantascienza anche al comunicatore a conchiglia del capitano Kirk e del suo equipaggio.
- Il tricorder → i dispositivi diagnostici portatili. L’idea di un piccolo strumento capace di leggere parametri vitali a distanza ha ispirato per anni ricercatori e startup di sanità digitale, fino a competizioni internazionali dedicate proprio a costruirne uno reale.
- Il PADD → il tablet. Il pannello touch che gli ufficiali della Flotta Stellare usavano per leggere rapporti e firmare ordini assomiglia, con imbarazzante precisione, a un moderno tablet.
- Il computer di bordo → gli assistenti vocali. “Computer, attiva…” non è poi così diverso da un comando lanciato a un assistente domestico moderno: un’interfaccia vocale naturale, sempre pronta ad ascoltare.
- Le porte automatiche, gli auricolari wireless, persino le videochiamate erano scenografia di serie, prima di diventare oggetti quotidiani.

La parte più difficile: il futuro sociale.
Qui, da fan sfegatato, mi permetto di essere ancora più netto: la vera fantascienza di Star Trek non era la tecnologia, ma la società che la usava. Un mondo senza denaro, dove il valore di una persona non si misura in ciò che possiede ma in ciò che contribuisce; un’esplorazione guidata dalla curiosità e non dal profitto; una diversità di specie, culture, provenienze, vissuta come ricchezza e non come minaccia. Sessant’anni dopo, non viviamo ancora in quella Federazione. Ma pezzi di quella visione si intravedono: collaborazioni scientifiche internazionali che uniscono paesi rivali, un accesso alla conoscenza impensabile nel 1966, comunità globali che si formano attorno a interessi condivisi più che a confini. Non è utopia realizzata. È, forse, direzione presa.
Ogni generazione ha trovato nella Flotta Stellare qualcosa di diverso: chi negli anni ’60 vi leggeva un manifesto contro la guerra e la segregazione, chi negli anni ’80 e ’90 un’ode all’esplorazione scientifica, chi oggi ci vede un promemoria su come restare umani, curiosi, empatici, cooperativi, anche mentre la tecnologia corre più veloce di noi. Sessant’anni dopo The Man Trap, Star Trek resta un esperimento culturale riuscito: ha immaginato strumenti che poi abbiamo costruito, e ha immaginato un modo di stare insieme che, forse, stiamo ancora imparando a costruire. Non è (solo) fantascienza. È, in fondo, un invito.


