Ci sono libri che arrivano nel momento esatto in cui ne avevi bisogno senza saperlo. Ntalliarse è uno di quelli. Claudio Pennino costruisce attorno a una parola, una sola, intraducibile, un intero sistema di pensiero.
Non un saggio né un dizionario: qualcosa di più raro. L’opera dello scrittore e poeta napoletano Claudio Pennino è una filosofia minuta e popolare, tramandata per secoli nei vicoli, nelle cucine, nei bassi, e che ora, messa nero su bianco, rivela tutta la sua insospettabile modernità. Ntalliarse non è ozio. Non è pigrizia, non è svogliatezza, non è la cattiva coscienza di chi rimanda. È qualcosa di più preciso e più ambizioso: è la resistenza gentile contro la dittatura contemporanea del fare, del produrre, del consegnare, del performare. È rivendicare il diritto a quel tempo laterale, non perso, ma vissuto, in cui la vita finalmente respira.
La struttura del libro è semplice e felice al tempo stesso: una carrellata di modi di dire napoletani, ciascuno trasformato in piccola scena teatrale, in lampo antropologico, in battuta che fa ridere e subito dopo fa pensare. Sciuscià ‘o naso ê ggalline, Fà ‘a passiata d’ ‘o rraù, Cunzulà ‘e passarielle, Ammunnà nespole, Cammenà ncopp’ a ll’ova, s’addorme cu ’a zizza mmocca. Non si tratta di curiosità folkloristiche da vetrinetta, bensì di frammenti vivi di una civiltà linguistica che ha trovato, nel grottesco e nell’assurdo, la forma più onesta per dire il vero.

Claudio Pennino ha un merito raro: evita la cartolina. Napoli non viene imbalsamata nel cliché del “popolo simpatico“, né ridotta alla commedia del pittoresco da esportazione. Qui la napoletanità è lingua pensante. Soffiare il naso alle galline, consolare i passerotti, camminare sulle uova: sono immagini buffe, sì, ma di quella buffoneria che un trattato sociologico non raggiungerebbe mai. C’è una verità dentro l’assurdo che solo il dialetto sa custodire.
Il tono è uno dei piaceri maggiori del volume. Pennino scrive con passo leggero, ma non superficiale. La battuta è sempre pronta, eppure non insegue l’effetto comico fine a sé stesso: il suo umorismo ha un doppio fondo, quasi un secondo respiro. Prendiamo Fà ‘a passiata d’ ‘o rraù: dietro l’immagine irresistibile della lentezza domestica si nasconde una vera e propria teoria del tempo. Il ragù non si affretta, si accompagna. Deve pippiare. E così alcune cose nella vita maturano soltanto se non vengono violentate dalla fretta. In quel momento il libro smette di parlare di Napoli e inizia a parlare di tutti noi.
La pagina più bella è forse quella su Cunzulà ‘e passarielle, consolare i passerotti. Un gesto inutile, certo. Ma proprio per questo magnifico. Inutile come una carezza, come una parola detta a chi non può risponderti, come prendere tra le mani una foglia ingiallita e decidere di prendersene cura per un momento. Pennino capisce, e lo dimostra senza mai dichiararlo, che la cultura popolare napoletana non è solo feroce sarcasmo: è anche pietà, dolcezza, attenzione per il piccolo e per il fragile.

Interessante il passaggio sull’etimologia di ntalliarse, parola sospesa tra più possibilità: fermarsi sui talloni, volare, oppure mettere radici, dal greco enthallein. Tre immagini che sembrano contraddirsi e invece si completano, immobilità, leggerezza, radicamento, in un’oscillazione continua tra ciò che siamo e ciò che sogniamo di essere. Il libro non cede mai alla retorica facile della lentezza. Nella parte finale emerge una distinzione fondamentale: c’è un indugiare che arricchisce e uno che consuma. L’immagine della cera che si scioglie mentre la processione non cammina funziona da avvertimento netto: non basta rallentare, bisogna sapere perché si rallenta. È qui che il saggio guadagna spessore morale e si sottrae alla categoria dei libri consolatori da comodino.
Non basta rallentare, bisogna sapere perché si rallenta.
Un limite esiste, ed è onesto nominarlo: alcune voci seguono un andamento simile, e il lettore può avvertire nel meccanismo interpretativo una certa ripetizione. Ma è un limite veniale, quasi fisiologico in un’opera costruita come repertorio. Anzi, è il libro stesso a suggerire come leggerlo: una voce alla volta, magari col caffè, senza ansia di finirlo. Leggerlo di corsa sarebbe, appunto, un tradimento del suo spirito. Ntalliarse è un libro colto senza essere pedante, popolare senza essere banale, divertente senza diventare macchietta. Lo scrittore Pennino riesce a trasformare il dialetto in lente critica sul presente: Napoli diventa non solo luogo geografico, ma postura mentale, modo di stare al mondo, esercizio quotidiano di libertà.

È il libro da regalare a chi corre troppo, a chi misura tutto in risultati, a chi non riesce a guardare dal balcone senza sentirsi in colpa. Ma anche a chi ama Napoli nella sua intelligenza più profonda: quella che ride, punge, consola, rallenta e mentre sembra perdere tempo, forse sta solo recuperando l’anima.
“Chi tene tiempo nun aspetta tiempo”. E noi, di tempo da spendere in bellezza, ne abbiamo ancora tanto.” (Claudio Pennino.)


