Di Giacomo e Hikmet, due straordinari poeti, figli del Mediterraneo

Di Giacomo e Hikmet, due straordinari poeti, figli del Mediterraneo. Celebrarono il mare nelle loro opere, con straordinaria poesia.

Di Giacomo e Hikmet: Storicamente, il mondo mediterraneo tende ad assorbire e ad assimilare i popoli più rapidamente che nel nord Europa. Ero un adulto quando mi sono trasferito qui. Eppure sono stato assimilato qui in un modo che non accadeva nei miei molti anni in Germania. Tuttavia, rispetto ai miei figli non del tutto, che pur essendo nati come figli del nord, sono cresciuti nella città di Roma. Oggi, anche se hanno vissuto anni negli Stati Uniti, considerano ancora Roma la loro “casa”. Come altre città del Mediterraneo, come anche New York, Roma apre le sue braccia e invita i nuovi arrivati “razzialmente” simili ad unirsi a loro. Razzismo e fondamentalismo religioso sono fenomeni nuovi nel mondo mediterraneo “ideale”, dove il patrimonio culturale comune pesa più del pregiudizio e dell’esclusione.

Il controllo di questo mondo è stato contestato e combattuto dai popoli italiani e dagli invasori di terre lontane. Gli antichi greci conquistarono la Sicilia e l’Italia meridionale, dove i greci corinzi fondarono la città di Siracusa, città di 2700 anni fa, nell’angolo sud-est della Sicilia, che divenne una delle maggiori potenze del mondo. Allo stesso tempo, l’isola di Sicilia e il sud dell’Italia di oggi diventano l'”America” dei colonizzatori greci. Alla Sicilia! Alla Sicilia! ha fatto il giro del mondo greco.

Uno sguardo all’atlante mostra la grande isola della Sicilia nel centro morto del Mediterraneo. La chiave per il controllo delle rotte marittime che collegano Oriente e Occidente, Nord e Sud. Ogni potenza del Vecchio Mondo voleva possedere quella terra magica. La Sicilia! Davvero una terra di magia e di incanto. Ancora oggi vi si trovano resti di quelle antiche e variegate culture: Anfiteatri e templi greci, moschee arabe, cattedrali normanne, architettura urbana spagnola. Durante i sessantaquattro anni dell’età dell’oro di quel regno normanno al sole, la terra di Sicilia, per la prima volta nella storia, ha ospitato le tre maggiori tradizioni razziali e religiose del litorale mediterraneo, diventando una sorta di banca e di spiazzo della cultura e della conoscenza di tre continenti: Europa, Africa e Asia.

Di Giacomo e Hikmet: due grandi autori, figli del Mediterraneo, celebrarono questo mare in modo straordinariamente poetico ed affascinante. Stiamo parlando dello scrittore e poeta napoletano Salvatore di Giacomo (Napoli, 12 marzo 1860 – Napoli, 5 aprile 1934) e del drammaturgo e poeta turco Nazim Hikmet (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963). Di seguito, due raffinate citazioni tratte dalle loro opere:

“V’è accaduto mai di ritrovare esistenti le immagini a cui dette forma e vita la vostra fantasia solamente? A udire la piccola e bionda miss alla quale un mio amico, professore a Cambridge, aveva indicato me come un cicerone opportuno alle escursioni partenopee, mi sarei, fra poco, trovato al cospetto evidente delle amorose cose e delle persone che i versi della mia canzone avevano già, sulla morbida nenia del Tosti, quasi fatto famose. La piccola finestra e il vaso de’ garofani e Carolina, tutto questo, dunque, era per apparirmi e svelarmisi a momenti, vivo e vero?

“Siamo arrivati, dear sir…”.

Marechiaro, Napoli.

Miss Mary ora levava gli occhi dal suo Stendhal che s’era messo a leggere tranquillamente durante la traversata, e m’indicava qualcosa che subito pigliava forma.

La barca filava, filava con più spedito cammino. Adesso, dal largo, s’era approssimata alla costa: a fiore dell’acqua apparivano alcuni ruderi d’antiche costruzioni. Le onde gemevano appié delle collinette e investivano lì, senza furore, i pilastri crollanti, le colonne spezzate, i residui delle opere greche reticolate e laterizie, ch’un tempo erano state a guardia de’ vasti Campi Flegrei, nascoste dal verde coronamento del lido.

Marechiaro”, annunziò miss Mary…

E si levò ridente. Il velo turchino del suo largo cappello di paglia si gonfiava e palpitava. Tutta la sua bella figura, alta, eretta, elegante, si disegnava sul cielo e sul mare. La barca s’arrestò e dette fondo in un piccolo seno, uno specchio di chiare e quete acque che l’opera dell’ormeggio turbò poco. La riva ascendeva. Assorgevano dalla riva i primi gradini d’una scaletta scoperta e al sommo della scaletta era la terrazza dell’osteria. Sembravano seppellite nell’arena sottile le origini della scala; l’osteria, tutta bianca, pareva una fabbrica antica, e quel lido solatìo, quasi segreto, faceva pensare a una marina mitologica, a un’Arianna improvvisamente riscossa dal suo pianto o dal sonno, e fuggita, seminuda, in una di quelle arcadiche grotte”.

Salvatore Di Giacomo: Marechiaro, in “Il teatro e le cronache”, Milano, Mondadori, 1946.

 

Kizilanda Bozburun, Turchia.

 

“Arrivederci fratello mare”

“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.”

“Il più bello dei mari”

“Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.”

Nazim Hikmet


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