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Una leggenda napoletana: il mito di Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce

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Colapesce, in un'illustrazione di Francesca Sanna.

Una leggenda napoletana: il mito di Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce. Essa rappresenta un mito del sud della nostra penisola che si interseca tra la regione Campania e la Sicilia. 

Il mito di Colapesce rappresenta una leggenda napoletana tra le più celebri, che fa parte della cultura del meridione della nostra penisola così popolare da essere conosciuta in diverse versioni.  La storia di Colapesce è quindi un’antica credenza che risale al secolo XII e divulgata dal poeta franco provenzale Raimon Jordan, il quale narra di un tale di nome “Nichola de Bar” che viveva alla stregua di un pesce. In  realtà a cavallo tra il 1100 ed il 1200, il Walter Map racconta di un uomo chiamato “Nicolaus“, soprannominato “Pipe” che viveva prevalentemente in mare riuscendo a sopravvivere in acqua anche senza respirare. Quest’ultimo  era solito scendere  tra i fondali alla ricerca di oggetti  preziose. Tuttavia allorquando il re Guglielmo II di Sicilia decise di conoscerlo morì tra le braccia di colui che lo stava conducendo dal Re.

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Bassorilievo di Orione, in alto a destra, in Via Mezzocannone, Napoli.

Veniamo ora alla leggenda napoletana del mito di Colapesce: Nicola Pesce era un ragazzo apprezzato per le sue qualità di abile nuotatore e per le sue immersioni subacquee non comuni e che maledetto dalle acque  finì per tramutarsi in un vero pesce dotato di squame e dita palmate, ovviamente questo secondo il celebre mito. Il giovane a furia di rifugiarsi in mare si fece inghiottire da grossi pesci, usandoli come un vero e proprio mezzo di locomozione per raggiungere gli abissi. Una volta giunto nel profondo del mare  per uscirne vivo, squarciò il ventre del pesce con un grosso coltello. Qui si ricollega il soggetto del bassorilievo di Orione (il figlio di Poseidone secondo la mitologia greca), trovato a Napoli.

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Bassorilievo di Orione, in Via Mezzocannone. Foto di Federico Quagliuolo.

Questa assurda storia si collega ad un culto tardo pagano marino denominato «’E figli ‘e Nittuno» ovvero I figli di Nettuno, una confraternita segreta i cui iniziati erano prettamente uomini, esattamente dei sommozzatori dediti al Dio del mare.
L’obiettivo di questa confraternita era quella di accumulare grandi ricchezze e tesori esistenti nelle grotte napoletane, restando in apnea a lungo; un’impresa impossibile da compiere per i progressi ottenuti dalla scienza all’epoca. Agli adepti del culto, fu dato il nome in codice di pesce-Nicolò e l’ultimo di questa «dinastia» sembra sia stato ingaggiato dai servizi segreti per riportare alla luce  alcuni reperti sul fondale, durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra.

 

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