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Napoli e gli arabi: una interessante storia lunga un secolo

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Napoli e gli arabi una interessante storia lunga un secolo-1

Napoli e gli arabi: un legame che parte da lontano e che si può racchiudere nell’arco di un secolo. Da quando i napoletani chiesero aiuto a questi ultimi per liberarsi dall’assedio dei longobardi, alla accoglienza che il vescovo Atanasio in prima persona, riservò loro in quanto alleati sia contro Bisanzio che contro Roma fino al patto che i duchi di Napoli e di Gaeta stipularono con il regno d’Italia al fine di respingere l’invasione araba durante la quale la Sicilia era stata assoggettata al loro dominio.

Napoli e gli arabi: Fu proprio in questo lasso di tempo che nel Belpaese cominciarono ad innestarsi nuovi fonemi di origine orientale, già ben amalgamati dalle ascendenze latine e greche. “Quatto, li luoche de la Sarracina: Puortece, Crumano (San Giorgio a Cremano), la Torre (del Greco) e Resina”, un adagio antico che indicava i luoghi in Provincia di Napoli, dove si stanziarono gli arabi. . I primi contatti, furono, però, principalmente conflittuali. I saraceni, avevano difatti messo gli occhi sull’opulento stivale, già dal lontano VIII secolo. Le loro mire, non erano però, quelle di conquistare il nostro Paese, bensì, semplicemente quello di razziarlo. Più che di invasioni, possiamo quindi più propriamente parlare di rapide incursioni, durante le quali giungevano improvvisamente dal mare. In questo modo, i pirati saraceni, berberi, cretesi e andalusi, operavano sulle coste della Campania, Sardegna, Puglia e Sicilia e ciò spinse, di conseguenza, i Carolingi, ad organizzare flotte capaci di poter respingere i loro attacchi.

Tra periodi turbolenti e periodi di pace.

Napoli e gli arabi: I rapporti, non furono tuttavia, soltanto astiosi. A periodi turbolenti, si alternavano periodi di pace, durante i quali le navi italiane ed arabe, potevano circolare liberamente in territorio italiano, per commerciare ogni tipo di merce. Forte, fu, per esempio, l’alleanza tra il porto di Napoli e quello arabo di Palermo che garantiva una solida alleanza commerciale. Fu proprio la più grande isola italiana, a diventare la base strategica del popolo orientale. Dopo averla conquistata nell’827, ivi si insediarono i musulmani d’Africa, i Berberi, mentre venivano chiamati Mori coloro che invece provenivano dalla Spagna. Fu comunque, una convivenza che durò poco, visto che nel 1500 circa, approfittando della crisi che attanagliò il reame di Napoli (passaggio di consegne tra Aragonesi e Spagnoli), le popolazioni arabe rafforzarono le proprie imbarcazioni e razziarono le coste campane, oltre a spingersi fino al nord, in particolare a Venezia, a Pisa e a Genova. In un momento di tensione così alto furono erette numerose torri saracene, che troviamo ancora oggi disseminate un po’ in tutto il sud Italia e che avevano funzioni difensive e di guardia. Le prime, erano dotate di una guarnigione e spesso di batterie di cannoni, mentre le altre, erano più piccoli di dimensioni e situate perlopiù in luoghi difficilmente accessibili ma allo stesso tempo in una posizione favorevole per sorvegliare l’orizzonte del mare.

Catena di fortificazioni.

Napoli e gli arabi: Il mare, giocò , dunque, un ruolo preponderante nel mettere in contatto due culture così diverse. Possiamo definirlo, i parole povere, un vero e proprio trait d’union, un ponte che permise alle due parti di potersi scambiare ognuno, qualcosa dell’altro. In tal senso, ecco, di seguito, alcune tra le parole di origine araba ed attualmente in voga nel dialetto campo:
Bardascia: Così veniva chiamata una ragazza appena uscita dalla fanciullezza. Deriva da “bardag” che indica la giovane schiava straniera, rapita in guerra. Il termine, non ha nulla a che vedere con il più dispregiativo bagascia…
Bazzariota: Venivano cos’ denominati i venditori ambulanti di merci. Deriva da “bazaar”, il tipo mercato orientale. Con il passar del tempo, il termine ha cominciato ad indicare le persone scansafatiche, poco oneste ed affidabili.

Napoli e gli arabi: Arabismi nella lingua napoletana.

Caraffa e giara: Denominazione con cui si faceva riferimento alla piccola brocca in vetro, dal contenuto generalmente inferiore al vetro. Dall’arabo, “garaf”.
Dragumanno: Fonema con cui si indicavano i procacciatori d’affari. Da “targuman” che significa, interprete ma anche mediatore.
Farfariello: Con tale termine, Dante definiva il diavolo, ma in seguito, si diffuse rapidamente nel nostro dialetto con lo stesso significato. Nella settecentesca opera del “Lo Guarracino”, viene metaforicamente “pigliato” lo sprovveduto Alletterato, a causa del tradimento di Sardella. Da fard, spirito maligno, demonio.
Felusse: Da fulus, “monete”. Utilizzato da Basile nella sue “Muse Napoletane” del 1635, “Non se po’ avere bontate e felusse”.Oggi è un termine caduto un po’ in disuso.
Funnaco: Vicolo sporco, cieco, sovraffollato da tante povere abitazioni. Deriva da “funduq”, alloggiamento arrangiato per i mercanti.
Guallara: Discende da “hadara” che significa, letteralmente, rigonfiamento.
Mammone: Deriva da “maymum”, scimmione e viene di solito utilizzato per spaventare i bambini.

Una incredibile eredità linguistica.

Paposcia: Da “babusc”, classica calzatura orientale con la punta rivolta all’insù, indica una pantofola vecchia e deformata (è anche sinonimo di ernia scrotale, dalla forma abnorme).
Ruotolo: Unità di peso che è pari alla centesima parte del cantaro, già citato in precedenza (a circa 900 gr., per l’esattezza). Nella nostra lingua, lo troviamo, solitamente, in questa espressione “pè ghionta e ruotole”.
Sciarapp: Da “sharab”, termine con cui si indica una bevanda zuccherina e densa. Associata, solitamenter, anche ad un vino dolce e gustoso.
Sciaveca: Da “shabaka”, rete da pesca a strascico.
Tarì: Da “tariy” (fresco di conio), anche se alcuni ritengono derivi da “dirahim” (soldone in argento), altro termine con cui si indica una moneta.
Zarro: Da “zahr” (sasso), termine con cui si indica appunto un ciottolo contro cui si può inciampare, ma anche abbaglio, cantonata (“piglià nu zzarro), equivoco.
Ziracchio: Altra unità di misura, pari alla distanza che intercorre tra l’indice della mano distesa ed il pollice. Da “zeraic”, lo ricordiamo nell’espressione dialettale “Si avete nu palmo e nu ziracchio”…
Ziro: Dall’equivalente “zir”, termine con cui si indica un recipiente in terracotta, un orcio per che veniva utilizzato per la conservazione ed il trasporto dell’olio. Sulla costiera amalfitana, è possibile scorgere la famosa “Torre dello zio”, dove venivano conservate grandi quantità di olio.

 

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