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Carlo Sellitto e Filippo Vitale, due pittori meridionali seguaci di Caravaggio

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Carlo Sellitto e Filippo Vitale, due pittori meridionali del diciassettesimo secolo, seguaci doc del Merisi, meglio noto come il Caravaggio. Il seicento, nella città partenopea, fu un periodo di straordinario successo nel campo delle arti figurative, al punto  di essere considerato, a ragione, il “secolo d’oro” dell’arte napoletana.

Carlo Sellitto e Filippo Vitale furono due grandi pittori meridionali molto attivi, a Napoli, nel diciassettesimo secolo, i quali meglio di tutti seppero interpretare l’arte del celebre Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Per questo motivo i due artisti sono considerati dei caravaggisti doc. Carlo Selltto, forse anche più del Vitale è stato capace di recepire il messaggio del Merisi, dando vita a delle composizioni tragiche ricche di tensione emotiva e di una costante ricerca della realtà.

L’arte di Sellitto ed il suo gioco di ombre.

La sua arte è dominata dalla luce, la quale modella le figure mediante un gioco di ombre; Carlo Sellitto, nato culturalmente in ambito tardo manierista filtrato dall’insegnamento del fiammingo Lois Croise, si trova in prima fila per accogliere  il nuovo messaggio e dar luogo a composizioni drammatiche, animate da un’intensa tensione emotiva e da una spasmodica ricerca di verità, con un dominio della luce che modella le immagini attraverso un sottile gioco di ombre soffuse, caratteristica del suo stile.

La prima ed unica sua opera documentata e firmata, risalente al 1606, si può trovare, in Basilicata, in provincia di Matera, esattamente ad Aliano. Essa ritrae una Madonna in gloria con donatore e malgrado l’influenza manieristica baroccesca mostra in basso un’immagine del committente dalla precisione ottica straordinaria, un esempio della strabiliante abilità dell’artista di adozione napoletana, come ritrattista. Sempre in Basilicata, terra natale del pittore, è custodita, a Melfi una Madonna del suffragio con anime purganti, piena di naturalismo con una luce che mette in risalto  le figure ed i gesti, evidenziando la tragicità della scena.

A Napoli, dove si era trasferito, la sua commissione più importante lo terrà occupato per ben quattro anni, ossia  dal 1608 al 1612, in Sant’Anna dei Lombardi nella cappella Cortone, dove diede vita ad un ciclo su San Pietro. Qui ebbe la grande opportunità  di lavorare con  Caravaggio, molto  attivo nella cappella Fenaroli e del Caracciolo operante nella cappella Noris Correggio. Un terremoto che distrusse la chiesa nel Settecento, non ci ha consentito di effettuare  un confronto tra le opere in gran parte disperse.  Delle cinque opere realizzate da Carlo  Sellitto, soltanto due, si sono salvate. Queste ultime sono  segnate da una luce molto  potente che ostenta i corpi in un alternarsi di ombre.

Inoltre tra il 1610 ed il 1613, realizzò, prima  il San Carlo per la chiesa di Sant’Antoniello a Caponapoli e poi la splendida Santa Cecilia all’organo, per la chiesa della Solitaria, opere che oggi si trovano al museo di Capodimonte.Dopodiché il Sellitto ebbe l’incarico, nel 1613, di eseguire una Liberazione di San Pietro da posizionare su di un altare del Pio Monte della Misericordia, tuttavia il lavoro, a causa dell’improvvisa scomparsa dell’artista lucano, fu poi affidata al Battistello.

Carlo Sellitto lasciò nel suo laboratorio diverse tele incompiute, tra le quali  il Crocefisso  per la chiesa di Portanova, oggi purtroppo irreperibile  per un vergognoso furto ed il Sant’Antonio da Padova per i governatori di San Nicola alla Dogana, basato su  di un gioco di luci sui volti ed in cui si può leggere, quasi una firma celata del pittore, il piccolo tocco di luce sulle fisionomie delle figure. Nel suo laboratorio sono stati rinvenuti anche tele raffiguranti  nature morte e paesaggi. Oltre ad aver realizzato questi quadri è noto che  fu un famoso ritrattista, peraltro molto ricercato da nobili e borghesi. Tra i suoi ritratti possiamo ricordare  il Ritratto di gentildonna in vesti di Santa Cecilia, passato svariate volte sul mercato; in esso  si notano chiari i caratteri caravaggeschi con inserimenti classicistici e preziosismi cromatici di ispirazione reniana, congeniale alla presenza, a Napoli, nel 1612 del divino Guido Reni.

Filippo Vitale e la lezione caravaggesca.

Anche Filippo Vitale risente dell’influenza del Caravaggio, nella sua attività giovanile di pittore. Il Vitale fu un discepolo del Sellitto, del quale portò a termine il Crocefisso di Santa Maria in Portanova. Pure lui lavorò in Santa Anna dei Lombardi, dove ottenne dai Noris Correggio, per un San Carlo Borromeo, un emolumento  molto alto di duecento ducati.

Vitale fu l’autore di dipinti come la Liberazione di San Pietro dal carcere del museo di Nantes, il San Sebastiano conservato a Dublino ed il Sacrificio di Isacco del museo di Capodimonte Tra il 1617 ed il ’18 ebbe la commissione di eseguire otto tele per il soffitto dell’Annunziata di Capua, che purtroppo, versano attualmente, in pessime condizioni. Sua anche  la grande pala dei Santi vescovi, già in San Nicola alle Sacramentine, intriso di un intenso naturalismo dovuto alla lezione caravaggesca.

 

Raggiunse l’apice del suo iter naturalistico conil San Sebastiano della chiesa dei Sette dolori e l’Angelo custode della Pietà dei Turchini, il suo capolavoro, uno dei quadri più illustri del Seicento napoletano. Infine sono molteplici le tele a quattro mani che la critica, ha identificato, dalla Madonna e San Carlo di San Domenico Maggiore alla Gloria di Sant’Antonio conservato nell’ Arciconfraternita di San Lorenzo.

 

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