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Sciuscià, shoe-shine, la storia del lustrascarpe a Napoli

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Sciuscià, shoe-shine, l’arte del lustrascarpe a Napoli.

Grande storia quella degli sciuscià! L’arte e l’ingegno di inventarsi un mestiere per tirare a campare nei momenti di difficoltà, è stata sempre una prerogativa del popolo napoletano. Già nell’800’, in particolare, si intravedevano per le strade ed i vicoletti di Napoli, numerosi ragazzi che lucidavano, toglievano il fango e la polvere e spazzolavano le scarpe dei passanti, per pochi spiccioli, attività che poi si intensificò in particolare nel dopoguerra, in concomitanza con l’arrivo degli americani. Fu allora che nacquero i famosi “sciuscia’”, sempre pronti all’occorrenza a tenere pulite le calzature dei benestati e dei soldati. Il termine dialettale, deriva probabilmente dall’inglese “shoe-shine”, ovvero lustrascarpe. Trattavasi di un manipolo di giovanissimi, preferiti in questo mestiere per la loro agilità, i quali al servizio di un padrone (il vero lustrascarpe), molte volte il loro padre, si posizionavano con il loro banchetto in luoghi affollati, pronti ad accogliere i clienti.

Il richiamo dello sciuscià.

Il lustrascarpe, era sempre li’, pronto ad accogliere i passanti con il famoso richiamo “Pulizzamm, pulizzamm”…” anche se ad onor del vero, il guadagno non era quasi mai lauto, visto e considerato che erano in pochi, all’epoca, a possedere un paio di scarpe ed inoltre, se capitava una giornata particolarmente piovosa, quel richiamo diventata praticamente inutile. Seduto su uno sgabello e con la sua cassetta degli attrezzi posizionata vicino, il mestierante dapprima sistemava il pezzo di legno su cui far poggiare i piedi dei clienti e poi, una volta rimosso il fango o la polvere, cominciava a lucidare e a spazzolare, finchè non diventavano come nuove. Dopo aver terminato con il primo piede, avvertiva, il cliente con un toc di spazzola che avrebbe dovuto porgere a lui, l’altro, senza disturbarlo.

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“Signùri state servito!”

Difatti, la maggior parte degli avventori era poco incline alla conversazione poiché consideravano il suo interlocutore, un esponente di estrazione sociale inferiore alla propria e dunque preferivano dialogare con un amico oppure leggere il giornale. Alla fine del lavoro, dopo un ultimo tocco a mo’ di avvertimento, si strofinavano vigorosamente le calzature con la seta di un vecchio ombrello tenuta ben salda e tesa tra le mani, con un movimento in verticale. Per finire, si avvisava il cliente che era servito con la inconfondibile frase:”Signurì state servito!”.

Sempre con il sorriso.

Dopo aver ricevuto un misero compenso, lo sciuscià ringraziava comunque sempre con il sorriso. Un mestiere poco redditizio insomma, ma che serviva se non altro a sfamare la propria famiglia in periodi di grave crisi economica. Ancora oggi, in alcuni vicoletti caratteristici di Napoli, e’ possibile trovare ancora presenze di questa antica attività, che molto spesso funge da attrazione per i tanti turisti che sono curiosi di ammirare da vicino il curioso metodo di pulitura ma che nonostante sia oggi in disuso, rappresenta pur sempre un’emblema della tradizione nostrana. Anche il famoso regista Vittorio De Sica, nel suo famoso film del 1946, intitolato appunto Sciuscia’, considerato tra l’altro uno dei maggiori capolavori del neorealismo, affrontò la tematica legata alla difficile realtà in cui gli scugnizzi locali erano costretti a vivere, e che li portava molto spesso a cominciare a lavorare sin da piccoli per aiutare la propria famiglia.

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Sciuscià premio Oscar.

Tale pellicola venne però aspramente criticata da parte del pubblico sia colto che meno colto, soprattutto dalle classi aristocratiche che probabilmente si sentirono offese dal mondo snob in cui trattavano i loro simili ma anche dagli adepti fascisti a cui non andava giù di mostrare sempre all’estero, soltanto l’immagine negativa del Bel Paese. Critiche non mancarono però neanche dagli esponenti della sinistra che rimproverarono a De Sica di mischiare la realtà con l’immaginazione, materializzando una immagine distorta del vissuto cittadino. All’estero, il film fu comunque molto apprezzato e nel 1947 oltre ha vincere il Premio Oscar, fu anche inserito nella lista dei 100 migliori film italiani di sempre.

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