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Giovanni Verga: Pane e fave, la tavola dei poveri

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giovanni verga
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Pane e fave. il cibo dei poveri.

C’è sempre stato un rapporto simbiotico tra la cucina e la letteratura nel corso dei secoli e numerosi sono stati gli scrittori, anche nostrani, che nei loro romanzi hanno evidenziato come il tipo di vivande consumate dai loro personaggi,  aiutasse a distinguere i ricchi dai poveri, fosse un segno distintivo idoneo a differenziare le classi sociali. Se si fa in particolare riferimento al profondo sud descritto nei romanzi di Giovanni Verga, non c’e’ spazio per le tavole imbandite, per i cibi conditi con olio e accompagnati dal vino; quelle sono prerogative dei più ricchi mentre nel mondo dello scrittore siciliano, regna, incontrastata, la fame. Gli unici alimenti che possono alleviare le sofferenze e rivitalizzare la parte povera del popolino, sono le cipolle, i fiaschi di vino ed il pane, rigorosamente quello nero però, visto che quello bianco è riservato solo ai signori.

Pastori e pescatori.

Tra i pastori ed i pescatori di verghiana memoria, l’assillo principale, il chiodo fisso, è quello di portare a casa il pane per sfamare sé stessi e la propria famiglia. E poco importa come il cibo che si  riuscisse a “buscare” durante la dura giornata lavorativa, fosse ben cotto.  Anche Jeli il pastore, per esempio, non è interessato al modo di cucinare il suo pranzo, e la sua cena “arrostiva le ghiande del querceto sulla brace di un focherello di sarmenti di sommanco, abbrustoliva le larghe fette di pane che cominciavano ad avere la barba verde di muffa”.

il pane nero

Mastro Don Gesualdo.

Ancora, tra i protagonisti di Mastro Don Gesualdo, Nanni l’Orbo, spera  “che ci sia una buona annata per il padrone e per noi”. Insomma, nella società disegnata dal famoso scrittore, la società si spacca in due a tavola, a differenza di quanto invece non avvenisse nelle opere degli scrittori russi dell’800’. Il pane, veniva definitivo nel dialetto del volgo, “pan e curtiddu” perché tagliato con il coltello a piccoli pezzi, per farselo bastare e durare il più a lungo possibile e non importava se a volte poteva essere duro; c’erano sempre le cipolle, che aiutavano a mandarlo giù. In una delle sue novelle, quella di Nedda, Giovanni Verga ritorna ancora sull’argomento:” Verso mezzogiorno sedettero al rezzo per mangiare il loro pane nero e le loro cipolle bianche” e se si era particolarmente fortunati, il pane poteva essere “cunzato” (caliato), ovvero finire in una minestra. Come, per esempio, quella di fave, che restava quella per antonomasia.

Un connubio gustoso ed economico.

Un piatto molto amato anche da Mastro Don Gesualdo al punto che è lui stesso a gustarne una preparata dall’amata e fedele Diodata: “Una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattro uova fresche e due pomodori che era andata a cogliere dietro casa”. Un connubio gustoso ed economico, quello con il pane; carboidrati che si uniscono ad un alimento fresco, ricco di minerali come il ferro, acqua e fibre, che per molti anni ha regnato sulle tavole dell’umile popolo.

giovanni verga
Le Fave

“Cozzetto” di pane con fave calde.

Sono i nostri nonni a raccontarci che in passato, spesso si vedevano per strada venditori ambulanti che preparavo il classico “cozzetto” di pane con fave calde, un mix irresistibile a cui molti non riuscivano a sottrarsi. Tutta una serie di cose dunque, hanno contribuito a far si che pane e fave resistesse nel corso di anni, nonostante il mutare continuo della società, anche perché  i primi piatti come maccheroni e carne oppure lasagne, restavano una prerogativa esclusiva dei più ricchi. Sempre Giovanni Verga, in Mastro Don Gesualdo, Don Filippo Margarone rivolta “la conserva di pomidoro posta ad asciugare sul terrazzo”. E quel piatto cucinato per l’occasione da donna Rosolina, sprigionava un odore inconfondibile, possedeva un sapore forse ben più buono di pane e fave ma sicuramente meno nutriente e salutare perché sono i cibi più semplici quelli che consentono di preservare intatta la nostra salute.

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